Roma – Benito Caputo, 62 anni, figura centrale nelle cronache giudiziarie della Valle Caudina, incassa un punto decisivo davanti alla Suprema Corte di Cassazione.
I giudici di legittimità hanno infatti annullato l’ordinanza con cui la Corte d’Appello di Napoli aveva precedentemente rigettato la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione avanzata dai legali dell’uomo.
La palla torna ora ai giudici partenopei: una diversa sezione della Corte d’Appello dovrà ridiscutere il caso e valutare l’indennizzo spettante al santagatese.
L’inchiesta “La Montagna” e il ribaltone processuale
La vicenda affonda le radici nel 2012, nell’ambito della maxi-operazione anticamorra denominata “La Montagna”. Secondo le tesi della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, Benito Caputo ricopriva un ruolo apicale, venendo indicato come il reggente del clan nel territorio di Sant’Agata de’ Goti e zone limitrofe, operante in sinergia con la potente cosca dei Pagnozzi.
Le accuse erano pesantissime: associazione di stampo mafioso, porto illegale di armi e violazione della sorveglianza speciale.
Nonostante un’iniziale scarcerazione ottenuta dal Tribunale del Riesame, il percorso giudiziario di Caputo è stato tortuoso. In primo grado arrivò una condanna durissima a 12 anni e 8 mesi di reclusione, sentenza che fece scattare una nuova misura cautelare in carcere.
Tre anni dietro le sbarre prima dell’assoluzione
Il calvario detentivo di Caputo è durato complessivamente tre anni. Un periodo di carcerazione che, alla prova dei fatti, è risultato privo di fondamento giuridico definitivo. In secondo grado, infatti, la Corte d’Appello di Napoli — accogliendo le tesi difensive degli avvocati Vittorio Fucci e Alessandra Della Ratta — ribaltò il verdetto di primo grado, assolvendo il 62enne da ogni accusa e disponendone la liberazione immediata.
Proprio su questo paradosso — tre anni di cella per un reato da cui è stato poi assolto — si fonda la battaglia legale per il risarcimento. La Cassazione, recependo i motivi del ricorso presentato dall’avvocato Fucci, ha stabilito che il diniego al ristoro economico non era correttamente motivato, riaprendo di fatto la strada per il riconoscimento dei danni subiti da Caputo durante il periodo di detenzione.
Fonte REDAZIONE






Commenti (2)
Sì, anche io penso che sia strano come la giustizia possa sbagliare in questo modo. È importante fare attenzione alle prove prima di fare una condanna cosi pesante, per non rovinare la vita delle persone.
La situazione de Benito Caputo è davvero complessa e fa riflette su come funziona il sistema giudiziario. Tre anni in carcere e poi assoltto è qualcosa che lascia tanti dubbi e interrogativi su giustizia.