

Aurelio De Laurentiis
Non è un semplice sfogo, ma un j’accuse a tutto campo contro l’architettura del calcio italiano. Aurelio De Laurentiis sceglie i microfoni di Radio Crc e mette in fila accuse, proposte e paragoni internazionali, disegnando un quadro che definisce senza mezzi termini “medievale”: un sistema, sostiene, dominato da “grandi signorotti” e da meccanismi di potere che ruotano più attorno alle rielezioni e alla conservazione delle posizioni che alla modernizzazione del prodotto.
Il bersaglio è la governance: per il presidente del Napoli, nel calcio “tutti vogliono aggiungere e nessuno vuole levare”. Tradotto: si accumulano competizioni, finestre, obblighi e adempimenti, senza alleggerire nulla. E la conseguenza — avverte — ricade su chi paga la materia prima del gioco, cioè i club, e su chi ne subisce gli effetti, cioè i tifosi.
Uno dei punti più duri riguarda il rapporto con le Nazionali. De Laurentiis contesta la “leggerezza incredibile” con cui i calciatori, “pagati da noi”, vengono messi a disposizione delle selezioni. La sua proposta ribalta la prassi consolidata: dovrebbe essere la società a decidere se un atleta può partire o meno, in base a condizioni fisiche, calendario e interessi del club.
È un tema che si lega a doppio filo all’allarme infortuni e al sovraccarico di partite. Il presidente azzurro usa una metafora domestica per spiegare la sua idea: “non si deve distruggere un gioco giocando troppo”, come quando “fai una cena e sbagli il menù, metti troppe cose” e finisci per rovinare l’esperienza a tutti. Nel calcio, dice, gli “incubi” oggi hanno un nome preciso: stop muscolari, ricadute, giocatori spremuti.
Da qui l’invocazione a una revisione profonda anche del rapporto di lavoro: De Laurentiis immagina calciatori più vicini allo status di “liberi professionisti”, perché “ormai sono delle aziende”, e ritiene necessario ridurre vincoli e stress “vincolanti”. Non solo: chiede anche di “regolamentare il potere degli agenti”, considerato un altro snodo che incide su equilibrio contrattuale e sostenibilità del sistema.
Nel ragionamento del patron del Napoli non c’è soltanto la tutela dell’investimento dei club. C’è una lettura quasi sociale del campionato: il tifoso, sostiene, vive la Serie A come un appuntamento che ha “un vero valore”, una sorta di medicina settimanale, “panacea di tutti i mali”. E proprio per questo accusa i “signori delle istituzioni” di non avere come priorità la protezione del pubblico e la qualità dell’esperienza, schiacciata da interessi di potere e da un’agenda che continua ad appesantirsi.
In questa cornice richiama la necessità di “sedersi” e “riappropriarsi di ciò che a un certo punto è stato stabilito” in passato, citando esplicitamente passaggi storici legati a Veltroni e Platini, come simboli di scelte che secondo lui hanno definito — nel bene o nel male — l’impianto regolatorio e politico del pallone.
L’attacco poi si sposta sul rapporto tra calcio e Stato. De Laurentiis rivendica che i club sono “società di capitali” e che non possono sottostare a una logica di “gestione pubblica” come avveniva anni fa. Nel suo racconto, la politica italiana vive una contraddizione: è popolata di tifosi, ma non produce riforme adeguate quando “il calcio non funziona”.
Da qui l’affondo: per il presidente del Napoli, il governo da decenni non farebbe altro che “mettere ostacoli affinché il calcio italiano possa essere forte e sorridente e vincente in tutta Europa”. In quest’ottica richiama la possibilità di intervenire sulla Legge Melandri, arrivando a ipotizzarne l’abolizione per restituire “libertà assoluta di impresa” e ridurre vincoli che, a suo dire, limitano la capacità di governare e valorizzare il prodotto-calcio.
Nel mirino finisce anche la Lega Serie A. De Laurentiis racconta di aver invitato l’imprenditore Saputo “a farsi vedere in Lega” e confessa una stanchezza personale: “da 21 anni mi sono stancato di andare a parlare del nulla”. Il punto, per lui, è di metodo e di catena decisionale.
Sostiene che le decisioni vere, soprattutto quando implicano rischio e scelte impopolari, possano prenderle soltanto i proprietari, e in tempi rapidi (“in 24 ore”). Non si può chiedere, dice, a direttori generali o amministratori — chiamati per natura a proteggere i conti — di esporsi e “prendersi un rischio”. È un attacco che riflette una visione aziendalista del calcio: meno tavoli inconcludenti, più governance proprietaria e scelte nette.
Il tema economico, però, resta la spina dorsale del ragionamento. De Laurentiis introduce il concetto di “stadio virtuale” e denuncia una distorsione: “nello stadio reale i biglietti li vendiamo noi e in quello virtuale li vendono gli altri”. È un riferimento diretto al mercato dei diritti audiovisivi e alla filiera dello streaming, con DAZN citata in modo esplicito come simbolo di un ecosistema in cui — sostiene — i club non controllano pienamente monetizzazione e strategia.
Qui l’accusa è alla Lega: “fa finta di nulla”, mentre il problema sarebbe “economico” e strutturale. Il sottotesto è chiaro: senza una redistribuzione più coerente del valore generato dal prodotto digitale, senza un controllo più diretto o senza regole che favoriscano i club, il sistema rischia di indebolirsi.
Dentro questo scenario di conflitto istituzionale, De Laurentiis apre anche la parentesi più identitaria. Torna sui due titoli vinti nel 2025 e li colloca su un piano diverso rispetto al passato: ricorda che anche con Benitez erano arrivati due trofei, ma “questi sono diversi”, lasciando intendere un salto di peso simbolico e di maturità del progetto.
E poi c’è Maradona, evocato come misura impossibile: “non si riesce mai ad eguagliare”, dice, perché nessuno avrebbe avuto il suo carisma e quello “spirito da scugnizzo partenopeo”. Nel racconto compare persino un tassello cinematografico: con Diego, rivela, “abbiamo anche lavorato a un film”, a conferma di quanto l’idea di Napoli per De Laurentiis non sia soltanto sportiva, ma anche narrativa e popolare.
Da qui le memorie personali: l’innamoramento per il Napoli “da piccolo”, persino attraverso il “ciuccio” nel diario di Jacovitti. E le suggestioni per iniziative che mischiano gioco e beneficenza: immagina un “Mercante in Fiera” con protagonisti storici e contemporanei, un’idea che dice di aver subito condiviso con Bianchini, e prospetta una serata con “primo premio in beneficenza”. È la fotografia di un presidente che continua a pensare al club anche come piattaforma culturale, oltre che calcistica.
Infine, De Laurentiis torna a una delle sue emozioni fondative: la promozione dalla Serie B alla Serie A. La definisce “un momento indimenticabile che ti segna”, perché rappresenta la rinascita e la rivincita. E la collega al suo mestiere originario: “ho cercato di far divertire le persone con il cinema”, e vedere i tifosi che diffondono ovunque “senso di rivincita” e soddisfazione è un piacere che — dice — “non ti può dare nessun altro trofeo”.
Poi frena, quando gli viene chiesto se quella promozione sia stata più emozionante dello scudetto: “non diciamo così”, precisa, perché sono emozioni diverse. Riconosce la bellezza della festa dell’ultimo tricolore, ma torna al punto politico: chi gestisce il calcio istituzionalmente sarebbe troppo legato alla poltrona e non capirebbe che l’eccesso di partite e vincoli rischia di logorare il gioco.
A chiudere, i confronti internazionali. De Laurentiis cita l’NBA come esempio di forza contrattuale e capacità di fermarsi: sei mesi di stop, “hanno mandato a quel paese tutti” e poi sono ripartiti “alla grande”. È un invito implicito a immaginare scelte drastiche anche nel calcio, se necessarie per riequilibrare poteri e sostenibilità.
Sul fronte opposto, ridimensiona il mito economico della Premier League: secondo lui “il calcio inglese non è poi così gaudente” come appare. E la conclusione, coerente con tutto il discorso, è netta: “nel nostro sistema qualcosa non funziona”.