Napoli – Non è stata una rissa, ma un’esecuzione interrotta solo dal caso e dalla fibra forte di un atleta. Le indagini sul tentato omicidio di Bruno Petrone, il 18enne promessa del calcio ferito tra i vicoli della movida di Chiaia, aprono uno squarcio inquietante sulle dinamiche della violenza minorile a Napoli.
Mentre il ragazzo lotta per il recupero totale all’ospedale San Paolo, dove ha ricevuto la visita del Prefetto Michele di Bari, le carte dell’inchiesta condotta dai Carabinieri della Compagnia Napoli Centro delineano un quadro di ferocia lucida e pianificata.
La trappola in via Bisignano
Le immagini catturate da cinque diversi sistemi di videosorveglianza non lasciano spazio all’immaginazione. Bruno Petrone ha tentato di fuggire. Ha capito subito che quella non era una discussione, ma una “sentenza”. Intorno all’una del 27 dicembre, il branco è entrato in azione in sella a due scooter. A guidare la spedizione punitiva un 15enne di San Carlo all’Arena, armato di un coltello e di una pesante chiave inglese.
La dinamica ricostruita dagli inquirenti, coordinati dal sostituto procuratore Claudia De Luca, è agghiacciante: mentre il 15enne sferrava i primi colpi con la chiave inglese, due complici di 16 e 17 anni bloccavano le braccia della vittima, impedendogli di difendersi o di parare i fendenti.
Un “massacro di botte” culminato con due coltellate profonde all’addome e al torace. Un quarto complice, nel frattempo, faceva da “schermo”, pestando un amico di Petrone che aveva tentato disperatamente di intervenire per salvare il calciatore.
Il movente e il “giallo” dei contatti tra le famiglie
Tutto sarebbe nato da uno “sguardo di troppo” avvenuto una settimana prima. Un’offesa che, nel codice distorto della strada, andava lavata col sangue. Ma c’è un dettaglio che trasforma questa cronaca in un dramma shakesperiano moderno: Bruno e il suo aggressore non si conoscevano, eppure i loro destini si erano già incrociati. Il fratello maggiore del 15enne aveva giocato nella stessa squadra di calcio di Bruno.
Agli atti dell’inchiesta emerge un retroscena che la Procura sta valutando con estrema attenzione: i padri dei due ragazzi si sarebbero parlati al telefono nei giorni precedenti l’aggressione per tentare una mediazione, una sorta di “pacificazione” per chiudere i dissidi nati dal primo litigio.
Un tentativo di diplomazia genitoriale fallito nel peggiore dei modi, dato che i ragazzi — secondo l’accusa — avrebbero invece covato vendetta, presentandosi all’appuntamento con le armi in pugno.
Le strategie difensive e la “pistola fantasma”
Sabato pomeriggio, sentendosi braccati dalle indagini lampo dei militari della “Pastrengo”, i quattro si sono costituiti. Il 15enne, assistito dall’avvocato Vincenzo Maiello, ha ammesso le sue responsabilità dicendosi “dispiaciuto”. Una versione che però non convince del tutto gli inquirenti, i quali sospettano che il gruppo si sia coordinato telefonicamente per fornire versioni di comodo e ridimensionare il ruolo dei complici.
Dalla difesa è spuntata anche l’ipotesi di una provocazione: gli indagati sostengono che, nel primo scontro di una settimana fa, il 18enne avesse mostrato una pistola infilata nella cintola dei pantaloni. “Si è alzato il maglione e l’abbiamo vista”, hanno messo a verbale. Un’affermazione che per la Procura dei Minorenni è, allo stato attuale, una mera strategia difensiva: dell’arma non c’è traccia, mentre sono fin troppo reali i fori lasciati dal coltello sul corpo di Bruno.
L’udienza di convalida
Questa mattina, presso il centro di prima accoglienza dei Colli Aminei, si terrà l’udienza di convalida dei fermi. Le accuse sono pesantissime: tentato omicidio aggravato dalla premeditazione e dai motivi abietti e futili. Per il 15enne si aggiunge il porto abusivo d’arma. Mentre la giustizia fa il suo corso, la città resta col fiato sospeso per Bruno, il calciatore che non capiva perché lo stessero “conciando così”, vittima di una ferocia che non ha trovato spazio sul campo di gioco, ma tra i sampietrini della Napoli “bene”.
La visita del Prefetto in ospedale
Nella mattinata di ieri, il Prefetto di Napoli Michele di Bari si è recato personalmente all’ospedale San Paolo per manifestare la vicinanza delle istituzioni. Di Bari ha incontrato i genitori di Bruno, Cristian e Dorotea, condividendo la loro angoscia e ringraziando l’equipe medica guidata dal primario Maurizio Ferrara per aver salvato la vita al giovane atleta.
«È stata un’azione violenta e deprecabile che non deve più accadere», ha dichiarato il Prefetto, auspicando che Bruno possa presto tornare in campo con l’Angri.
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Fonte REDAZIONE






Commenti (1)
Io non capisco come si possa arrivare a tanto, i giovani dovrebbero pensare a divertirsi e non a fare violenza. È brutto sentire di queste cose, spero che Bruno si riprenda e che giustizia venga fatta. Le famiglie dovrebbero educare i figli meglio.