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Aversa, azienda dell’orrore: braccianti come schiavi nei campi. Arresti e mezzo milione sequestrato

In manette l'imprenditore agricolo e la moglie. Coppia di origine indiana irreperibile. L'inchiesta: "Pagati 2,70 euro l'ora, minacciati e trasportati ammassati nei furgoni. Senza quota di raccolta, niente pranzo". Sequestrati 4 mezzi e 542mila euro, profitti dello sfruttamento.
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Aversa  – Una vera e propria “organizzazione” dedita allo sfruttamento di manodopera vulnerabile è stata smantellata stamattina dai Carabinieri. In manette sono finiti un imprenditore agricolo dell’area aversana, sua moglie e un cittadino indiano.

Un quarto uomo, anch’egli di origine indiana, è obbligato a presentarsi agli investigatori. L’operazione, coordinata dalla Procura di Napoli Nord, svela un sistema di soprusi degno di un romanzo nero, nascosto tra i campi delle province di Napoli e Caserta.

Le indagini del Reparto Operativo del Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro, con l’ausilio del Gruppo di Aversa e la collaborazione del progetto A.L.T Caporalato D.U.E. (che coinvolge anche Ispettorato del Lavoro e OIM), hanno ricostruito un quadro indiziario gravissimo relativo al periodo febbraio-luglio 2024.

Il caporalato qui aveva il volto del titolare dell’azienda, che con la complicità della consorte e di due “caporali” indiani reclutava decine di braccianti – tra i 40 e gli 80, per lo più connazionali dei due mediatori e privi di permesso di soggiorno – per sfruttarli nei suoi terreni. Le condizioni descritte dagli inquirenti sono ai limiti della schiavitù.

Lo sfruttamento: “Senza quota, non si mangia”

I lavoratori venivano prelevati all’alba e stipati come merci nei vani di carico di furgoni, senza alcuna sicurezza. Nei campi, sottoposti a turni massacranti di 10-14 ore al giorno, percepivano una miseria: circa 2,70 euro l’ora. Nessun riposo settimanale, nessuna possibilità di assentarsi se malati.

La pausa pranzo, di pochi minuti, era un premio: veniva concessa solo al raggiungimento di una quota giornaliera di raccolta. Una regola non scritta ma ferrea: “Senza la quota non si mangia”. Sorvegliati a vista, erano minacciati di non essere pagati o di non ricevere più lavoro se rallentavano il ritmo o danneggiavano accidentalmente i prodotti.

La coercizione non conosceva limiti: costretti a lavorare sotto la pioggia coprendosi con buste di plastica, obbligati a restare in campo durante l’irrorazione di pesticidi, con la minaccia di licenziamento per chi si allontanava per malori. Vivevano in alloggi fatiscenti. Il colmo delle minacce riguardava la paura di denunciare: ai braccianti era stato intimato di non parlare con le forze dell’ordine, sotto pena di gravi violenze fisiche.

Le misure: arresti e maxi-sequestro da 542mila euro

Il GIP del Tribunale di Napoli Nord, su richiesta della Procura, ha quindi emesso le ordinanze cautelari. Per l’imprenditore, sua moglie e uno dei due cittadini indiani sono scattati gli arresti domiciliari (i due indiani risultano al momento irreperibili), mentre per il secondo mediatore è stato disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Parallelamente, è stato eseguito un imponente sequestro preventivo di profitto: 542.934,56 euro in contanti, rinvenuti nel magazzino-sede dell’azienda agricola, oltre a 4 furgoni utilizzati per il trasporto illecito della manodopera. La somma, secondo gli investigatori, rappresenta il frutto del sistema di sfruttamento.

L’operazione odierna si inserisce nel più ampio contrasto al caporalato nell’agro aversano, un fenomeno purtroppo radicato che vede nei lavoratori migranti irregolari le vittime predilette di un business senza scrupoli.

@RIPRODUZIONE RISERVATA
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