Ethnos compie 30 anni: il Festival ha portato il mondo all’ombra del Vesuvio

NDIMA, gruppo di Pigmei Aka, inaugura a Villa Bruno la trentesima edizione della rassegna musicale. Il direttore artistico Gigi Di Luca: "Siamo rimasti fedeli a noi stessi e questo ci ha premiato"

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La Villa settecentesca di San Giorgio a Cremano, Villa Bruno, stasera ospita NDIMA, Pigmeni Aka, il gruppo che arriva dal cuore nero dell’Africa apre il 30° Festival Ethnos. La rassegna nata nel 1995 per intuizione di Gigi Di Luca continua a portare il mondo all’ombra del Vesuvio.

In 3 decenni sono arrivati 3000 artisti da 70 Paesi diversi ed ha avuto un pubblico di circa 500 mila persone. Il direttore artistico non nasconde la soddisfazione né fa mistero dell’impegno che ha richiesto continuare a destare attenzione rinnovando continuamente l’offerta culturale di qualità in un territorio come la Campania.

Ethnos ritorna da oggi sino al 5 ottobre dove chiuderà a Napoli, quali sono le caratteristiche di questa XXX edizione?

Il Festival mantiene e ripercorre la stessa visione politica e poetica di sempre, cioè quella di raccontare attraverso la presenza di artisti italiani e internazionali le diverse realtà culturali e geografie del mondo.

Ad ogni location storica campana il suo artista?

La mia è una selezione attenta, entro in contatto con gli artisti, scelgo luoghi storici, che richiedono rispetto cosi come lo spettacolo che metto in cartellone, anche se arriva dall’altra parte del mondo o non ha un nome main stream. Ethnos si è sempre proposto come rassegna di approfondimento, non di puro intrattenimento. Da sempre ho inteso sposare l’antico col contemporaneo, anche perché le culture dei popoli che arrivano sono culture contemporanee, nel senso che sono ripensate, rivalorizzate dagli artisti stessi. Piuttosto che portare in una villa del ‘700 napoletano la musica del ‘700, vado a lavorare per contrasto e ciò porta a guardare quel luogo con una logica diversa, quasi di scrigno. Il gruppo Ndima che suona e danza stasera a Villa Bruno è costituito da Pigmei Aka, la loro etnia è in estinzione. E’da sempre una scelta coraggiosa che è costata fatica soprattutto in un territorio come il nostro che muta costantemente. Ethnos ce l’ha fatta perché è rimasto fedele a sé stesso.

Quale artista le sarebbe piaciuto ma le è mancato?

Per motivi di budget Joan Baez. Negli anni poi ci siamo anche un po’ allontanati dalla condizione di voler ad ogni costo un grande nome, il pubblico di Ethnos ha gradito, si è fidelizzato ancora di più e anche la mia visione oggi è più di ricerca di artisti che non si conoscono. I concerti del programma di quest’anno sono tutti concerti, a parte quelli italiani, di cui il pubblico conosce poco. MI preme offrire quello che è ancora da scoprire, in Italia ci sono scarse possibilità di ascoltare world music.

Qual è stato l’artista più complicato da portare ad Ethnos?

In verità nessuno in particolare, la fatica sta nella pura organizzazione di una rassegna diffusa. Ricordo con un sorriso Ryuichi Sakamoto, scomparso, era il 2000, arrivò all’ex Ospedale Militare a Napoli con la sua ‘ricca’ produzione americana da collocare in uno spazio storico. L’anno dopo Khaled lo facemmo allo stadio. E certo non dimenticherò mai il concerto di Miriam Makeba a Castel Volturno, il suo ultimo. Complicato è mantenere il giusto “umore” verso un progetto culturale, Ethnos ha sempre superato ogni difficoltà senza cedere alle mode, altrimenti non saremmo qua.  Le Istituzioni ci supportano da sempre, il progetto Ethnos è sostenuto dalla Regione Campania e dal Ministero della Cultura oltre che dai Comuni vesuviani.

Cosa ha dato Ethnos al territorio campano e che feedback ha ricevuto?

Dal pubblico ha ricevuto un feedback straordinario, c’è un’audience fidelizzata che segue tutte le tappe del nostro festival diffuso e scopre i suoni del mondo ed anche i luoghi. Per il territorio la rassegna ha creato un filo, facendo nascere una forma di coesione sociale tra i territori, ancora prima che si parlasse di “città metropolitana”.

Il progetto culturale coinvolge anche scuole e nuove generazioni

Uno degli obiettivi che ci siamo dati anche col Ministero è quello di fare formazione, provare a creare il ricambio pubblico, è una questione complessa quella di portare i giovani ai concerti. Ethnos Generazioni, invece, è un contest che raccoglie sempre più domande di partecipazione. Quest’anno ne sono arrivate circa 200, la finale sarà il 28 settembre.

Cosa ricorda con più piacere dal 1995?

Il concerto di Mercedes Sosa. Non ero all’epoca consapevole di quanti napoletani avessero relazioni con l’Argentina per cui vedere il Parco dei Quartieri Spagnoli di Napoli strapieno e tantissimi napoletani sventolare le bandiere argentine o portare con sé un disco dell’artista per farselo firmare, è stata una meraviglia.

Non le era venuto in mente che era esistito già un altro argentino a Napoli a creare attenzione?

Certamente, ma con Maradona parliamo di calcio, di un campione vissuto a Napoli, che ha generato tanto amore in loco. Quando Mercedes Sosa è venuta a cantare ad Ethnos lui era già lontano. L’interesse che ha suscitato l’artista argentina a Napoli mi ha felicemente sorpreso.

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