Il regista Antimo Campanile, l’imprenditore Silvestro Marino e il critico Borrone ospiti della rassegna di Corti dell’Orientale

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Continuano gli appuntamenti con il cinema e illustri ospiti del comparto nell’ambito della rassegna di cortometraggi voluta dal docente Francesco Giordano
“Il corto si configura come un’esperienza espansa e limitata”: con questa icastica definizione il Prof. Francesco Giordano ha introdotto il secondo appuntamento della rassegna di cortometraggi parte integrante del suo “Laboratorio di Produzioni Audiovisive, Teatrali e Cinematografiche”.

A salire in cattedra, insieme a Giuseppe Borrone, storico e critico cinematografico, e a Silvestro Marino, titolare del multisala “Duel” di Caserta nonché produttore con all’attivo quasi un centinaio di corti, Antimo Campanile, regista di “Leggero, leggerissimo”. Ispirato a una storia vera, Antimo Campanile sublima una delle tante, troppe storie di cittadini che suppliscono all’inefficienza di uno Stato incapace di assicurare un livello essenziale di prestazioni sociali soprattutto in favore dei più deboli.

Grazie anche alla magistrale interpretazione di due mostri sacri della recitazione quali Corrado Taranto, nelle vesti del protagonista, e Renato Carpentieri, il racconto, coerentemente con la summenzionata definizione del Prof. Giordano, si espande come una nebulosa per toccare punte di autentico lirismo non disdegnando il registro comico, sottilmente sarcastico.

Arturo, Corrado Taranto, dopo un incontro fortuito tra gli scaffali di un supermarket, si offre di accompagnare a scuola con la sua auto Milo, un bambino ipovedente e immigrato, a cui viene negato il diritto ad andare a scuola per la negligenza di amministratori che o si trincerano dietro a una pervasiva burocrazia o confondono l’immagine con la sostanza, il comunicare con il fare e perciò sono incapaci di garantirgli un’accompagnatrice sulla navetta scolastica.

Un’istintiva reazione, quella di Arturo, per riparare a un’ingiustizia sociale che si eleva fino a farsi metafora dell’inclusività, dell’accettazione del diverso. In tal senso, illuminante è la sequenza in cui Milo, in auto, chiede ad Arturo “com’è il cielo?”. Quest’ultimo risponde, come farebbe un qualsiasi normovedente, “è azzurro, immenso, è come l’aria che respiriamo”.

“Io l’ho toccata”, ribatte Milo. “E com’è?”. “E’ leggera, leggerissima”. Proprio così, l’ipovedente non vede ma “sente” come una leggera, leggerissima brezza che gli accarezza la pelle tutto che ciò che è negato alla sua visione. Nel finale un ringiovanito, nell’animo e nell’aspetto, Arturo prende il posto di quello appassito e trasandato delle prime sequenze e insieme all’amico Eugenio, interpretato da Renato Carpentieri, di nuovo aperto alla vita, s’imbarca in un viaggio senza meta perché, come insegnava John Steinbeck, gli uomini non fanno i viaggi ma sono i viaggi che fanno gli uomini esattamente come non sono gli uomini che fanno il cinema ma i film che si vedono e si amano a fare i cineasti.

Un’esperienza, quindi, estetica e fortemente emozionale, quel pugno nello stomaco capace di convincere con un tweet un produttore della validità di un progetto cinematografico evocato da Silvestro Marino. Ma anche formativa, con alcuni studenti che hanno interloquito con l’ospite di giornata sul suo cursus honorum nella Settima Arte mentre altri, in linea con la natura empirica del Laboratorio, hanno avuto l’opportunità di essere diretti da Antimo Campanile improvvisando un breve scambio di battute.


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