Napoli. Un sistema collaudato per aggiustare sentenze e favorire chi era disposto a pagare in beni di lusso (biglietti aerei, tessere gratis per stabilimenti balneari) e soldi, ma anche pastiere e vino: il giudice Alberto Capuano è finito per l’ennesima volta nel mirino dei suoi colleghi. Era accaduto già alcuni anni fa quando il suo ufficio (allora era Gip a Napoli) e la sua abitazione erano stati perquisiti dai finanzieri. In quell’occasione, nel 2014, fu accusato e poi assolto di aver adottato misure cautelari blande nei confronti gli imprenditori Ragosta che hanno numerose attività imprenditoriali (Hotel, resort) in Costiera Amalfitana, in cambio della ristrutturazione del centro estetico della moglie. E’ accaduto nuovamente oggi quando Capuano, giudice molto attivo anche nell’ambito di forum e convegni – sarebbe stato uno dei relatori ad un convegno antimafia in programma domani pomeriggio al Palazzo di giustizia di Napoli – è stato arrestato dagli agenti della Squadra Mobile per ordine del Gip del Tribunale di Roma. Eppure, Capuano – nelle sue funzioni di giudice per le indagini preliminari – fu proprio uno dei peggiori ‘censori’ dei suoi colleghi corrotti. Nel 2012 proprio nell’ambito di un’inchiesta nella quale erano coinvolti i Ragasta emise un’ordinanza a carico di giudici tributari di Lamezia Terme, fatti che Capuano definì in quell’atto “l’indecoroso spettacolo di un vero e proprio mercato delle sentenze”. Ora a guardare le accuse che il suo collega romano gli addebita pare che più o meno si tratti dello stesso ‘indecoroso spettacolo’ o anche peggio.
“Non esiste questione nella quale il giudice del Tribunale di Napoli Alberto Capuano abbia rifiutato di entrare o corruzione alla quale abbia mostrato, se non distacco morale, almeno disinteresse: qualsiasi tentativo di avvicinamento di colleghi e cancellieri gli sia stato prospettato – scrive il Gip di Roma, Costantino De Robbio a proposito di Capuano – ha trovato in lui una sponda pronta e compiacente, si trattasse della procedura di abbattimento di un umile manufatto di un fabbro o dell’assoluzione di soggetti accusati di far parte della criminalità organizzata e del dissequestro dei loro beni”. “Il Capuano – si legge nell’ordinanza – ha messo a completa disposizione di chiunque volesse la propria competenza tecnica, offrendosi di visionare fascicoli processuali per suggerire strategie, imponendo la nomina di avvocati e contattando i magistrati assegnatari dei procedimenti per convincerli a decidere non secondo giustizia ma per il perseguimento di fini economici del tutto incompatibili con la funzione rivestita”.
Ma Capuano e Di Dio il suo principale complice, colui che gli procurava i ‘clienti’ non sarebbero gli unici avvezzi al sistema di corruzione.
“Le indagini svolte dalla Squadra Mobile di Roma sotto la direzione della procura hanno disvelato in un breve lasso di tempo la situazione di estrema vulnerabilità del Tribunale di Napoli, a causa del collaudato sistema di corruttela operante e di cui gli indagati Di Dio e Capuano appaiono i terminali principali (anche se purtroppo non gli unici)” scrive il gip De Robbio. “Antonio Di Dio secondo quanto emerso nell’indagine, sembra dedito quasi quotidianamente ad intessere rapporti con soggetti che a lui si rivolgono allo scopo di procurarsi un ‘aggancio’ ad un magistrato del tribunale o della procura di Napoli disponibile a piegare la propria funzione giudiziaria ad interessi economici”. Il gip definisce “allarmante” la “frequenza e la varietà degli accordi corruttivi riscontrati in poche settimane di intercettazioni”. Inoltre, è riscontrato, che “sono quasi sempre i privati a cercare Di Dio perché procuri loro il collegamento con i magistrati, segno che l’attitudine dell’indagato a svolgere opera di intermediazione illecita a fini corruttivi deve essere piuttosto nota sia nell’ambiente della delinquenza organizzata sia a livelli assai più spiccioli di utenti quotidiani della giustizia”. Tra le accuse più gravi addebitate a Capuano quella di aver accettato da due intermediari di Giuseppe Liccardo, pregiudicato vicino al clan camorristico Mallardo di Giugliano, la promessa di una grossa somma di denaro, circa 70mila euro, “20 prima e 50 dopo”, in cambio dell’intervento su uno o più componenti un Collegio penale, designato per decidere il processo penale a carico dello stesso Liccardo, del fratello Luigi e della madre Granata. I tre sono imputati per violazione dell’articolo 12 quinquies D.L. 306/1992, che riguarda il trasferimento illecito di valori, in continuità con il clan mafioso dei Mallardo. Lo scopo: ottenere un’assoluzione nel corso dell’udienza finale del processo che si sarebbe dovuta celebrare il 25 giugno scorso, poi rinviato di qualche mese. In un’intercettazione contenuta nelle pagine dell’ordinanza di custodia cautelare si sente un intermediario che riferisce a Liccardo le rassicurazioni del giudice Capuano: “Mi ha detto: di’ ai ragazzi che stiano tranquilli (…) il presidente è una cosa loro, già sa tutte cose, ok? (…) però già aveva parlato con il nuovo collegio, il presidente è una cosa solo con loro. Già sanno tutto. Anche se l’avvocato ti ha detto la prescrizione, loro devono uscire assolti a te e a tutta la famiglia, sarete assolti, punto”. Nell’ordinanza il gip di Roma scrive che “Liccardo, preso atto delle notizie, specificava che non voleva solo l’assoluzione per sé e per tutti gli imputati della sua famiglia ma anche il dissequestro dei beni, ottenendo anche in questo caso esplicita rassicurazione dal Di Dio: ‘E’ automatico che ti ridanno i beni, è chiaro che quando vieni assolto ti ridanno pure i beni, è abbinato hai capito?'”.
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