Un rogo doloso che mandò in fumo 13mila metri cubi di rifiuti secchi nell’area di Milano ha permesso di scoprire un traffico illecito di rifiuti, bloccato stamane dal blitz della polizia che ha portato all’esecuzione di una misura cautelare nei confronti di 15 persone quasi tutte pregiudicate. Un rogo col ‘botto’ quello avvenuto in Via Chiasserini il 14 ottobre, spento solo 5 giorni dopo, interessò 18mila metri quadrati dell’area di stoccaggio. Secondo la Dda di Milano sarebbero “non meno di 37mila” le tonnellate di rifiuti che la Ipb Italia Srl e altre otto società – finite nel mirino della magistratura – avrebbero trafficato e smaltito illegalmente tramite intermediari complici, per un profitto complessivo di oltre un milione di euro. La stima è stata fatta dai poliziotti della squadra mobile di Milano coordinati, insieme con i carabinieri del Noe, dal procuratore della Direzione distrettuale antimafia (Dda) meneghina Alessandra Dolci, e dai sostituti Silvia Bonardi e Donata Costa, nel corso delle indagini sul gigantesco incendio di Milano. Sempre secondo quanto riferito dagli investigatori, circa il 38% di queste 37mila tonnellate sarebbero “rifiuti indifferenziati urbani” provenienti dalle provincie di Napoli e Salerno, lo si evince dai numeri stampati sulle ecoballe andate in fumo. Accusati a vario titolo di attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti, attività di gestione dei rifiuti non autorizzata e realizzazione di discariche abusive, intestazione fittizia di beni e calunnia, in carcere o ai domiciliari sono finite questa mattina 12 persone, i vertici della Ipb Italia srl (azienda che aveva in affitto l’area andata a fuoco a Milano) e quelli di altre società coinvolte dalle indagini. Per tre persone è stato disposto l’obbligo di dimora e altre due sono indagate a piede libero. Il gip del capoluogo lombardo Giuseppina Barbara che ha firmato le misure, ha disposto anche il sequestro preventivo del 100% del capitale sociale delle società Ipb Italia srl, Immobiliare Priscilla srl, Tecno Group Costruzioni srl, Winsystem Groups srl, Gealog srl e Wastesolution srl, e il sequestro preventivo, ai fini di confisca, di 13 mezzi pesanti, tra cui autocarri, rimorchi e muletti.
Un rogo senza dubbio di “natura dolosa”, ha spiegato il procuratore aggiunto Alessandra Dolci, capo della Direzione distrettuale antimafia, che ha raccontato come “nonostante l’attenzione mediatica sul caso, che ha destato particolare timore sociale, nei giorni successivi gli indagati hanno continuato a cercare nuovi siti per stoccare illegalmente i rifiuti”. Gli investigatori hanno infatti individuato altri capannoni irregolari a Fossalta di Piave, in provincia di Venezia, a Meleti, nel Lodigiano, e a Verona San Massimo (Verona). Da questo si deduce la “pericolosità e insidiosità” degli arrestati, ha sottolineato il magistrato. Quasi tutte le ecoballe recavano la sigla 0191212, che corrisponde alla raccolta proveniente proprio dalle città di Napoli e Salerno. Ma quei rifiuti dovevano essere destinati a impianti per i rifiuti speciali o a termovalorizzatori, invece erano stati portati illegalmente in Lombardia con ditte di trasporto e autisti compiacenti e smaltiti non presso i siti autorizzati, bensì accumulati ed abbandonati all’interno di vasti capannoni (affittati da società terze, intestate a prestanome), con ovvio risparmio sui costi di smaltimento.
Va “tutto bene”, faremo “il botto”: sono le parole che uno degli arrestati avrebbe pronunciato qualche giorno prima dell’incendio di Via Chiasserini e che per l’accusa sarebbe servito per “smaltire illegalmente” i rifiuti. Come si legge nell’ordinanza del gip Giusy Barbara uno degli autisti incaricati “del trasporto illecito dei rifiuti” a un suo interlocutore, qualche giorno prima del rogo, avrebbe detto che “andava tutto bene e che avrebbero fatto il botto”. Non sono ancora sufficienti le informazioni raccolte per addebitare ai soggetti anche l’aver appiccato materialmente l’incendio e non è stata attribuita l’aggravante mafiosa. Ma scrive nell’ordinanza il gip Giusy Barbara “è altamente probabile” che l’incendio “sia servito per smaltire illegalmente” gli stessi rifiuti “per i sopravvenuti ostacoli (…) a trasferirli in altri siti, oppure a nascondere le prove del traffico svolto dagli indagati dopo il sopralluogo di pochi giorni prima della Polizia Locale e del personale di Città Metropolitana e la conseguente scoperta” della presunta discarica abusiva.
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