Droga nel carcere di Porto Azzurro, assolto l’agente scafatese accusato di spaccio

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Scafati. Droga nel carcere di Porto Azzurro all’isola d’Elba: assolti i due agenti della polizia penitenziaria Domenico Puolo, 35enne, di Scafati e Massimiliano Brianza di origini siciliane. I due erano accusati di spaccio per aver gestito – secondo l’accusa – un fiorente giro all’interno della struttura carceraria, accuse gravi per le quali il sostituto procuratore Daniele Rosa aveva chiesto la custodia cautelare in carcere, richiesta poi respinta dal Gip livornese che aveva applicato per i due la sospensione dal servizio per la durata di tre anni. Ad inizio dell’anno 2014, il carcere di Porto Azzurro era finito nell’occhio del ciclone perché vi era stata la morte per overdose del detenuto Alderigo Rossi e di un altro cittadino di origine slave oltre che il ritrovamento di droga ad un altro detenuto e dello stupefacente nella disponibilità del figlio di un agente di polizia penitenziaria. La Procura di Livorno aveva attivato un’indagine per scovare gli spacciatori del carcere di Porto Azzurro. Un fenomeno diffuso, secondo le cronache dell’epoca, tanto che il comandante della struttura, Alessia Assante, aveva dovuto ammettere di essere impotente dinanzi alla situazione. L’attività investigativa prese spunto dalle dichiarazioni spontanee rilasciate da un detenuto, Nicolosi, che raccontò di essere vittima di un giro di droga che puntualmente avveniva all’interno del carcere. Dalle indagini era emerso che alcuni detenuti per approvvigionarsi di sostanze stupefacenti, da spacciare all’interno del carcere, utilizzavano vari sistemi, alcuni dei quali molto creativi e fantasiosi. A volte venivano spediti nell’Istituto penitenziario pacchi postali contenenti principalmente derrate alimentari, all’interno delle quali veniva nascosta la droga. Altre volte erano i familiari ammessi ai colloqui a portare lo stupefacente, occultato nella carne cotta, sulla persona, negli indumenti intimi, nelle suole delle scarpe o incollato nei lembi dei plichi destinati ai detenuti. Il vice-comandante della Polizia Penitenziaria del carcere, Davide Militello, redasse un’informativa nella quale paventava il coinvolgimento di due agenti di giovane età, uno dei quali di origine campana, di nome Mimmo che avrebbero introdotto nella struttura dietro compenso di denaro, attraverso la complicità di alcuni familiari di detenuti, che effettuavano accreditamenti su carte di credito prepagate intestate a terzi. La Procura supportata dalla guardia di Finanza e dagli agenti penitenziari di Porto Azzurro mise sotto osservazione l’agente Domenico Paolo, considerato la figura apicale dello spaccio sull’isola. Si scoprì che quest’ultimo si serviva di due minori, figli di due agenti penitenziari, che usavano il garage in uso ai loro genitori, all’interno della cittadella, per occultare lo stupefacente. Gli inquirenti appurarono che Puolo aveva rapporti illeciti con altra figura di spicco dell’area nocerino sarnese Alfonso Ferrante, infermiere presso l’ospedale di Sarno assurto agli onori delle cronache giudiziarie perché sebbene condannato per associazione finalizzata allo spaccio con conseguente interdizione perpetua dai pubblici uffici era stato assunto presso il presidio ospedaliero salernitano. Ferrante, poi, è stato anche coinvolto in un’inchiesta per furti di medicinali dall’ospedale di Sarno. Le indagini portarono a ritenere che Puolo si rifornisse da “amici” dell’agro nocerino e soprattutto da Alfonso Ferrante e Giovanni Visco. In parecchie conversazioni gli agenti penitenziari parlavano liberamente di droga e di forniture di stupefacente. Nel corso del processo che si è svolto al Tribunale di Piombino, dinanzi al giudice Elena Nadile, sono stati ascoltati numerosi testimoni tra i quali i finanzieri che seguirono le indagini e il comandante della polizia penitenziaria, Alessia Assante che aveva puntato il dito contro Puolo e Brienza. La difesa dell’agente penitenziario  scafatese, rappresentata dall’avvocato Gennaro De Gennaro, ha incentrato la sua strategia difensiva sull’uso personale dello stupefacente dimostrando che le pseudo prove raccolte dall’ufficio di procura non erano sufficienti a convalidare l’accusa. Tesi difensiva che è stata accolta dal giudice del Tribunale di Livorno che ha assolto con formula piena i due agenti che ora potranno così ritornare in servizio dopo la fine di un lungo calvario giudiziario e tre anni di sospensione.


REDAZIONE
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