Dopo ben dodici anni di battaglie giudiziarie, la Corte di Cassazione – I sezione penale -, presieduta dalla dottoressa Di Tomassi, ha definitivamente deciso sull’omicidio del noto boss siciliano Giuseppe Carlino, avvenuto a Torvaianica il 10 settembre 2001.
Trenta anni inflitti al mandante il boss Michele Senese detto ‘l’ottavo re di Roma’ ed all’esecutore materiale Domenico Pagnozzi ‘occhi di giacchio’, figlio del boss Gennaro, originario di Ponticelli ma trasferitosi da anni nella zona della Valle Caudina al confine tra Avellino e Benevento, e morto per infarto lo scorso anno anno mentre usciva dal Tribunale di Napoli. Mentre sono stati condannati a sedici anni di carcere Raffaele Di Salvo e Raffaele Pisanelli, il primo quale specchiettista ed il secondo quale fornitore delle armi e della auto utilizzate per il delitto.
Unico assolto è Fiore Clemente, inizialmente condannato ad anni 30 di reclusione, ritenuto, a parere degli inquirenti dalla direzione distrettuale antimafia di Roma, colui che avrebbe partecipato alla esecuzione.
La Procura Generale presso la Corte di Appello di Roma aveva redatto un articolato ricorso per cassazione con il quale chiedeva l’annullamento della sentenza di assoluzione incassata da Clemente all’esito del giudizio di appello, ricorso questo sostenuto con decisione dal Procuratore generale presso la Suprema Corte, dott. Gaeta.
Ma, grazie a cavilli giuridici e diffuse argomentazioni, la difesa di Clemente, rappresentata dagli avvocati Dario Vannetiello e Saverio Campana, ha finito per convincere la Suprema Corte sulla inammissibilità del ricorso proposto dalla Procura, suggellando definitivamente la assoluzione del loro assistito.
Inoltre, è stato anche dichiarato inammissibile anche il ricorso della Procura Generale, sul quale si erano concentrate le attenzioni del nutrito collegio difensivo – composto dagli avvocati Naso, Krogg, De Federicis, Mondello e Fiume, oltre che dai sopracitati Vannetiello e Campana – con il quale veniva richiesto alla Cassazione di annullare la decisione sulla esclusione della natura mafiosa dell’omicidio.
Inizialmente, l’omicidio fu ritenuto mafioso dal giudice di primo grado e determinò la condanna all’ergastolo del duo Senese-Pagnozzi, ma la decisione sul punto fu ribaltata dalla Corte di appello la quale ritenne che quello di Giuppeppe Carlino fu un omicidio per vendetta. Il giudizio di secondo grado si concluse con la sostituzione dell’iniziale ergastolo inflitto ai due boss con la pena di anni 30 di reclusione.
Inoltre, i ricorsi proposti dal nutrito collegio difensivo, seppur hanno superato il vaglio della ammissibilità, sono stati tutti rigettati in quanto la Suprema Corte ha ritenuto inattaccabile la motivazione redatta dal Presidente della Corte di Assise di Appello di Roma, il dott. Giancarlo De Cataldo.
Le prove di cui disponeva l’accusa erano rappresentate da dichiarazioni di collaboratori di giustizia, riscontrate dagli agganci dei telefoni in uso al commando sulle celle telefoniche del luogo del delitto al momento dell’omicidio.
Ma, soprattutto, la prova che ha avvalorato l’ipotesi accusatoria e che ha finito di chiudere il cerchio è stato il rinvenimento del dna di Pagnozzi su un fazzoletto trovato all’interno della auto che fu utilizzata per il delitto.
Da questa prova di natura scientifica era difficile difendersi, anche perché riscontrava le parole dei pentiti Riccardi e Carotenuto che indicavano nel Pagnozzi colui che aveva freddato la vittima, dopo aver effettuato degli appostamenti utilizzando proprio quella auto dove fu rinvenuto il fazzoletto che per anni ha costituito oggetto di indagine da parte dei Reparto Investigazioni Scientifiche di Roma, sino a trovare il dna che ha incastrato Pagnozzi, dopo che per ben otto anni la difesa aveva vittoriosamente fronteggiato la direzione distrettuale antimafia, ottenendo anche l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare.
Secondo l’antimafia l’omicidio di Giuseppe Carlino è stato uno dei primi delitti posti in essere da Pagnozzi nel territorio laziale, colui che nella nota inchiesta “camorra capitale” è stato soprannominato “occhi di ghiaccio” per la sua fredda determinazione che lo ha portato ad assumere in breve tempo il ruolo verticistico nell’ambito degli affari illeciti della città di Roma e del litorale laziale .
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