I giudici della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione hanno confermato la condanna al carcere a vita per il boss Umberto Onda detto “Umbertino”. Il 44enne di via Bertone apparteneva all’ala stragista del clan Gionta di Torre Annunziata e sotto la sua reggenza negli anni scorsi si diede vita a una stagione di sangue fatta di omicidi e di epurazione interna nei confronti per persona che avevano gravitato con i nemici dei Limelli-Vangone di Boscotrecase e poi passati con i Gionta.
Umbertino, detenuto al 41 bis nel carcere di Opera lo scorso anno si rese protagonista di una clamorosa protesta contro le restrizioni del regime del carcere duro minacciando il suicidio. Durante la sua reggenza sarebbe stati uccise sei persone tre delle quali direttamente da Onda. Con lui è stato condannato a 14 anni di carcere il pentito Aniello Nasto, il killer che partecipò in prima persona alla stagione delle vendette.
Il primo a cadere sotto i colpi dei sicari dei Gionta fu Ciro Bianco, detto “o’ squalo”, il volto nuovo dei “Valentini”, in passato vicino al clan “Limelli”, ucciso in via Castello con 13 colpi di pistola calibro 9 al torace, all’addome e al collo. “Ciro Bianco è la prima persona che ho ucciso – raccontò il pentito Aniello Nasto all’Antimafia nel 2013 – . L’omicidio venne deciso in carcere. Bianco doveva essere ucciso perché era ritenuto un confidente delle forze dell’ordine. Inoltre in Montenegro, mentre era latitante, si era appropriato dei soldi del clan”.
Poco dopo l’esecuzione di Bianco ci furono altre 5 vittime: Domenico Savarese, trucidato all’interno della sua autorimessa di Trecase. E poi l’ex dipendente delle Poste Liberato Ascione, pregiudicato per reati di spaccio e porto d’armi, ritenuto dagli inquirenti vicino ai “Limelli-Vangone”. Il motivo? Sempre Aniello Nasto a raccontarlo alla DDA di Napoli: “A Torre Annunziata era necessario fare piazza pulita di tutti i soggetti già affiliati in passato ai Limelli”. Due settimane dopo l’omicidio di Ascione, avvenuto in via Settetermini a Boscoreale, vennero uccisi anche i cognati Carlo Balzano e Angelo Scoppetta. Balzano fu punito perché “era inaffidabile, non rispettava le regole del clan”, nonostante secondo il pentito prendesse una “mesata” di 2000euro.
A sparare, per l’inchiesta, fu il killer Umberto Onda almeno 16 i colpi d’arma fuoco esplosi il 29 settembre 2004 fuori al bar “Ittico Madonna Della Neve”, in via Dogana, a due passi dalla Basilica. Una scena da far-west. La morte di Angelo Scoppetta, invece, non era prevista. Si trovava nel posto sbagliato, al momento sbagliato, in sella ad uno scooter insieme al bersaglio del raid. Per Aniello Nasto, Scoppetta “era una brava persona”. Infine nel settembre 2005 Domenico Scoppetta, cognato di Carlo Balzano. i killer lo trucidarono con ben 37 proiettili, di cui 20 vanno a segno. Il tutto all’interno del parco Penniniello. la roccaforte dei Gallo-Cavalieri. Scoppetta – ex affiliato dei Limelli – viene raggiunto da un commando armato. A sparare è il killer Michele Palumbo “munnezza”., poi diventato pentito.
“Il sangue di Scoppetta mi schizzò fin sulla camicia”, raccontò in uno dei verbali che hanno fatto luce sul massacro. Il colpo di grazia fu però di Umberto Onda che “ha sparato quando era già morto”, come raccontò Palumbo. Scoppetta secondo i Gionta – si stava organizzando per vendicare la morte del fratello e del cognato. E quel massacro capace di una”carica di violenza esorbitante”, come scrivono i giudici, è l’ultimo atto di quella scia di sangue.
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