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Se non sono più i soldi, allora cosa sta succedendo al mondo?

Tra tensioni tra Russia ed Europa, riarmo, crisi economiche e nuovi equilibri globali, una domanda inquieta resta sullo sfondo: se il denaro non basta più a spiegare le scelte delle grandi potenze, quale interesse più grande sta guidando la riorganizzazio
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Per molti anni ci siamo raccontati che il mondo moderno avesse trovato una sorta di equilibrio.

Non un equilibrio perfetto. Non necessariamente giusto. Ma sufficientemente conveniente per tutti da rendere una grande guerra tra potenze qualcosa di economicamente assurdo.

L’Europa comprava energia dalla Russia.

La Russia vendeva gas e petrolio all’Europa.

Le imprese europee lavoravano sul mercato russo.

Capitali, merci, persone e interessi attraversavano continuamente i confini.

La convinzione era semplice: più diventiamo economicamente dipendenti gli uni dagli altri, meno avremo interesse a farci la guerra.

Per qualche decennio è sembrato persino funzionare.

Poi qualcosa si è rotto.

E forse la domanda più interessante non è soltanto perché sia scoppiata la guerra in Ucraina o perché Russia ed Europa siano tornate a guardarsi come nemici.

La domanda è un’altra:

perché qualcuno dovrebbe essere disposto a distruggere un sistema dal quale, economicamente, guadagnava moltissimo?

Quando i soldi non spiegano più tutto

Siamo abituati a interpretare la politica attraverso il denaro.

Petrolio.

Gas.

Materie prime.

Industrie.

Armamenti.

Mercati.

Profitti.

Certamente continuano a contare.

Ma forse abbiamo commesso un errore: abbiamo confuso uno strumento con il fine.

Il denaro è uno straordinario strumento di potere.

Ma cosa succede quando bisogna scegliere tra denaro e potere?

Un uomo molto ricco potrebbe preferire diventare ancora più ricco.

Uno Stato può ragionare diversamente.

Uno Stato può accettare di diventare temporaneamente più povero per aumentare la propria sicurezza.

Può sacrificare commerci per controllare un territorio.

Può rinunciare a investimenti stranieri per diventare meno dipendente.

Può spendere cifre enormi in armamenti che non producono alcun benessere immediato perché ritiene che fra dieci anni quegli armamenti potrebbero determinare la sua stessa sopravvivenza.

E allora ciò che appare economicamente irrazionale può diventare perfettamente razionale dal punto di vista del potere.

Il vero bene scarso potrebbe essere il controllo

La Russia precedente alla guerra era profondamente integrata nell’economia mondiale.

Ragionando esclusivamente in termini economici, rompere quel sistema sembrava assurdo.

Ma uno Stato non deve soltanto chiedersi quanti soldi guadagnerà domani.

Deve chiedersi anche chi controllerà determinate regioni fra vent’anni.

Chi controllerà l’energia.

Chi controllerà le tecnologie.

Chi produrrà semiconduttori.

Chi possiederà le materie prime.

Quale moneta dominerà gli scambi.

Quali alleanze militari esisteranno.

Chi scriverà le regole internazionali.

E, soprattutto, da chi dipenderà per continuare a esistere.

A quel punto compare una parola che negli ultimi anni sentiamo sempre più spesso:

sicurezza.

Sicurezza energetica.

Sicurezza alimentare.

Sicurezza tecnologica.

Sicurezza militare.

Sicurezza delle infrastrutture.

Sicurezza dei confini.

Sicurezza delle comunicazioni.

Quando la sicurezza prende il posto dell’efficienza economica come priorità assoluta, inevitabilmente il mondo cambia.

Ma facciamo un’ipotesi estrema

E qui vorrei spingere il ragionamento molto più lontano.

Non perché esistano prove che sia così.

Ma perché certe domande, per quanto estreme, possono aiutarci a capire meglio il comportamento degli Stati.

Facciamo quindi un esperimento mentale.

Immaginiamo che un numero molto ristretto di grandi potenze venga a conoscenza di qualcosa che il resto dell’umanità non conosce.

Una probabilità concreta che, fra dieci o quindici anni, si verifichi una catastrofe di dimensioni mai viste.

Non importa neppure quale.

Potrebbe essere una crisi climatica improvvisa.

Un collasso delle risorse.

Una gigantesca eruzione vulcanica.

Una nuova pandemia enormemente più grave di quelle conosciute.

Una crisi alimentare globale.

Un evento astronomico.

Una rivoluzione tecnologica capace di distruggere milioni di posti di lavoro e destabilizzare intere società.

Oppure qualcosa che oggi non sappiamo neppure immaginare.

Ripeto: non sto sostenendo che una simile informazione esista.

La domanda è semplicemente:

se i governi più potenti del pianeta sapessero che fra dieci anni arriverà qualcosa di enorme, cosa farebbero oggi?

Probabilmente cercherebbero di prepararsi

Un governo che conoscesse una minaccia futura di quelle dimensioni difficilmente inizierebbe annunciando tutto alla popolazione.

Perché dovrebbe immediatamente confrontarsi con panico finanziario, crolli dei mercati, fughe di capitali, rivolte, migrazioni e instabilità politica.

Probabilmente inizierebbe invece da qualcosa di molto più silenzioso.

Cercherebbe di rendersi indipendente energeticamente.

Cercherebbe di controllare materie prime strategiche.

Riporterebbe dentro i propri confini produzioni considerate essenziali.

Aumenterebbe enormemente la spesa militare.

Rafforzerebbe il controllo delle frontiere.

Costruirebbe riserve.

Proteggerebbe reti elettriche, telecomunicazioni, satelliti e infrastrutture.

Cercherebbe di controllare le tecnologie decisive.

Preparerebbe sistemi produttivi capaci di funzionare anche senza commercio internazionale.

Ridisegnerebbe le proprie alleanze.

Cercherebbe di assicurarsi territori, energia, acqua e risorse.

E probabilmente aumenterebbe anche la capacità dello Stato di dirigere la società durante un’emergenza.

Se sapessi che fra dieci anni il supermercato potrebbe non ricevere più prodotti dall’altra parte del mondo, improvvisamente produrre tutto nel modo più economico possibile non sarebbe più la priorità.

Diventerebbe prioritario essere in grado di produrlo da solo.

Ed ecco che compare una strana coincidenza

Guardiamo il mondo di oggi.

Si parla continuamente di autonomia strategica.

Di reshoring.

Di difesa delle filiere produttive.

Di sicurezza energetica.

Di semiconduttori.

Di terre rare.

Di protezione delle infrastrutture critiche.

Di cybersicurezza.

Di aumento della spesa militare.

Di controllo delle frontiere.

Di intelligence.

Di resilienza.

Di preparazione delle popolazioni alle emergenze.

La NATO descrive ormai apertamente un ambiente caratterizzato da competizione strategica, instabilità e shock ricorrenti e considera propaganda, sabotaggi, cyberattacchi e pressioni economiche parte delle moderne minacce ibride.

Tutto questo ha spiegazioni pubbliche e perfettamente concrete: la guerra in Ucraina, la competizione tra grandi potenze, il deterioramento dei rapporti con Mosca, la crescente importanza della Cina e la vulnerabilità mostrata dalle catene globali negli ultimi anni.

Ma l’esperimento mentale resta interessante.

Perché, se davvero esistesse una grande minaccia futura, probabilmente molte delle politiche preparatorie assomiglierebbero proprio a quelle che vediamo oggi.

E qui nasce la tentazione di fare due più due.

Ma attenzione: somiglianza non significa prova

È esattamente qui che bisogna fermarsi per qualche secondo.

Perché sarebbe facilissimo trasformare una domanda interessante in una teoria indimostrabile.

Se un governo aumenta le scorte, può prepararsi a una guerra.

Se investe nell’energia, può semplicemente voler ridurre la dipendenza dall’estero.

Se aumenta le spese militari, può reagire alla Russia.

Se protegge i confini, può preoccuparsi delle migrazioni.

Se vuole produrre microchip sul proprio territorio, può aver imparato la lezione della pandemia e delle crisi delle catene di approvvigionamento.

Non abbiamo quindi bisogno di una catastrofe segreta per spiegare ciò che sta accadendo.

Esistono già molte spiegazioni visibili.

Ma questo non rende inutile la domanda.

La rende forse ancora più interessante.

E se la vera preparazione fosse per un mondo più instabile?

Forse non esiste una singola catastrofe.

Forse ciò che alcuni governi hanno capito prima di altri è semplicemente che il mondo stabile che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni potrebbe essere terminato.

E questa, in fondo, sarebbe già una notizia enorme.

Immaginiamo che i grandi apparati di intelligence abbiano concluso che nei prossimi vent’anni avremo contemporaneamente:

cambiamento climatico;

pressioni migratorie;

crisi energetiche;

competizione per materie prime;

intelligenza artificiale;

automazione del lavoro;

declino demografico di alcuni Paesi;

crescita demografica esplosiva di altri;

guerre regionali;

crisi idriche;

nuove pandemie;

cyberattacchi;

tensioni nucleari.

Non servirebbe conoscere la data dell’Apocalisse.

Sarebbe sufficiente prevedere che il sistema diventerà molto meno stabile.

A quel punto prepararsi non sarebbe complottismo.

Sarebbe strategia.

Forse la globalizzazione funzionava soltanto in un mondo tranquillo

Il modello economico degli ultimi trent’anni aveva una caratteristica fondamentale:

era straordinariamente efficiente, ma anche straordinariamente fragile.

Produci un componente in Taiwan.

Un altro in Corea.

Assemblalo in Cina.

Utilizza energia russa.

Trasportalo con navi europee.

Finanzialo con capitali americani.

Vendilo in tutto il mondo.

È un sistema meraviglioso finché tutto funziona.

Ma basta spezzare tre o quattro anelli della catena e improvvisamente l’efficienza diventa vulnerabilità.

La pandemia ci ha dato una prima dimostrazione.

La guerra in Ucraina un’altra.

Le tensioni nel Mar Rosso un’altra ancora.

Forse le grandi potenze stanno semplicemente concludendo che nel mondo che arriverà non vincerà necessariamente chi produce al prezzo più basso.

Vincerà chi riuscirà a continuare a produrre quando gli altri non potranno farlo.

Ed è un cambio di paradigma gigantesco.

Questo spiegherebbe anche il ritorno dello Stato forte

Ed eccoci a un’altra domanda.

Perché in molte società sta tornando il fascino dell’uomo forte?

Perché esiste una crescente attrazione verso modelli politici più verticali?

Perché alcuni europei guardano con interesse perfino alla Russia?

Forse perché un sistema autoritario possiede una caratteristica che nei periodi di crisi può apparire vantaggiosa:

decide velocemente.

Una democrazia deve discutere.

Mediare.

Votare.

Convincere l’opinione pubblica.

Rispettare tribunali.

Opposizioni.

Parlamenti.

Un regime verticale può semplicemente ordinare.

Questo non significa che sia migliore.

Anzi, significa anche che può commettere errori giganteschi senza che nessuno possa fermarlo.

Ma durante una fase percepita come emergenziale, la capacità di prendere decisioni rapide può esercitare una potente attrazione.

Ed ecco il punto inquietante.

Se una parte delle élite mondiali fosse convinta che stiamo entrando in un’epoca di crisi permanenti, potrebbe ritenere il modello politico del passato troppo lento per gestirla.

Potrebbe essere questa la vera battaglia?

Forse quindi la contrapposizione tra Russia ed Europa non riguarda soltanto territori.

E forse neppure soltanto denaro.

Potrebbe riguardare due diverse concezioni di come organizzare una società davanti a un futuro considerato sempre più instabile.

Da una parte società aperte, pluraliste, complesse e inevitabilmente lente.

Dall’altra modelli verticali che promettono ordine, disciplina e rapidità decisionale.

La questione allora diventa molto più grande dell’Ucraina.

Diventa:

quale sistema politico è considerato più adatto al mondo che sta arrivando?

Il caos può essere funzionale alla riorganizzazione

Torniamo quindi alla sensazione iniziale.

Perché sembra che improvvisamente tutto ciò che garantiva stabilità venga messo in discussione?

Una possibile risposta è semplicemente che diverse potenze stanno cercando di costruire un nuovo equilibrio.

Ma possiamo formulare anche un’ipotesi più estrema.

Il caos potrebbe essere, almeno per alcuni soggetti, funzionale alla transizione.

Per cambiare profondamente un sistema spesso bisogna prima convincere le persone che quello precedente non funziona più.

Una società impaurita accetta sacrifici che una società tranquilla rifiuterebbe.

Accetta maggiore spesa militare.

Accetta controlli più stringenti.

Accetta rinunce economiche.

Accetta cambiamenti industriali.

Accetta restrizioni.

Accetta che lo Stato intervenga molto più profondamente nell’economia.

Questo meccanismo non dimostra che qualcuno abbia creato volontariamente il caos.

Una crisi reale può produrre esattamente gli stessi effetti.

Ma significa che ogni crisi modifica anche i rapporti di potere.

E qualcuno, inevitabilmente, ne esce più forte.

E se il denaro non fosse il premio finale?

Arriviamo così alla domanda con cui abbiamo iniziato.

Se non sono i soldi, cosa può essere più importante dei soldi?

Forse la risposta è:

decidere chi avrà accesso alle risorse quando le risorse saranno insufficienti.

Il denaro è fondamentale in un mondo nel quale puoi comprare ciò che vuoi.

Ma immaginate un mondo nel quale una determinata risorsa non sia disponibile.

Puoi possedere cento miliardi di euro.

Se non esiste abbastanza energia, quel denaro non produce energia.

Se manca acqua, non crea acqua.

Se una catena produttiva è interrotta, non produce automaticamente semiconduttori.

Se un Paese controlla una risorsa indispensabile, improvvisamente quella risorsa può valere più del denaro.

In uno scenario di scarsità il potere reale diventa quindi:

territorio;

energia;

acqua;

cibo;

tecnologia;

industrie;

forza militare;

informazioni;

popolazione;

infrastrutture.

Il denaro ritorna a essere ciò che probabilmente è sempre stato:

uno strumento.

Forse nessuno conosce il futuro

Naturalmente esiste anche la spiegazione più semplice.

Nessuno sa nulla.

Non esiste alcuna catastrofe conosciuta soltanto dai governi.

Non esiste un piano generale.

Non esiste una cabina di regia mondiale.

Esistono semplicemente potenze che competono, governi che sbagliano, leader che cercano consenso, industrie che difendono interessi e Stati che reagiscono alle paure del momento.

Ed è probabilmente l’ipotesi dalla quale bisogna partire finché non emergono prove del contrario.

Ma resta una domanda legittima.

Come si comporterebbe il mondo se chi possiede più informazioni di noi ritenesse che il futuro sarà molto peggiore del presente?

La risposta è inquietante perché, probabilmente, cercherebbe di controllare energia, tecnologia, confini, produzione, comunicazioni e capacità militare.

Esattamente le cose intorno alle quali oggi si sta combattendo la nuova competizione globale.

Può essere una coincidenza dovuta alle normali dinamiche geopolitiche.

Molto probabilmente lo è.

Ma è proprio questa sovrapposizione a rendere interessante la riflessione.

Forse la domanda giusta è un’altra

Forse continuiamo a domandarci:

“Chi sta guadagnando da tutto questo?”

E cerchiamo una risposta espressa in miliardi di euro.

Forse dovremmo domandarci:

chi sta diventando più potente?

Chi controlla più energia?

Chi controlla più informazioni?

Chi possiede le tecnologie?

Chi produce armi?

Chi può vivere senza importazioni?

Chi può resistere più a lungo a una crisi?

Chi è capace di controllare la propria popolazione?

Chi può decidere senza dipendere dagli altri?

Perché se stiamo entrando in un mondo più instabile, questi elementi potrebbero valere molto più del PIL.

E allora forse il caos che stiamo osservando non è necessariamente il progetto di qualcuno.

Potrebbe essere il rumore prodotto da una gigantesca riorganizzazione del potere mondiale.

Con Stati che cercano di conquistare oggi le posizioni migliori per affrontare un domani che considerano molto meno sicuro di quanto noi immaginiamo.

E qui rimane una domanda alla quale, almeno per ora, nessuno può dare una risposta certa:

si stanno preparando semplicemente gli uni agli altri oppure si stanno preparando tutti a qualcosa?

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