Napoli – Le telecamere nascoste nel ventre di via Tertulliano, al civico 34, restituiscono l’immagine plastica di una holding criminale che non conosce crisi. Nel cuore del Rione Traiano, la piazza di spaccio protetta da cancelli in ferro, porte blindate e telecamere a circuito chiuso non è soltanto un punto di vendita al dettaglio, ma una vera e propria centrale del narcotraffico strutturata con turni di lavoro, vedette fisse e contabilità meticolosa.
Al vertice di questo sistema tentacolare, l’inchiesta dei Carabinieri della Compagnia di Bagnoli individua la figura di Antonio Martino, detto “o’ Giò”, indicato come il punto di riferimento e capo-promotore del clan Petrone-Puccinelli.
La dinastia e l’ombra del clan storico
L’ascesa criminale di Antonio Martino affonda le radici nella storia della malavita flegrea. Arrestato stamane insieme ad altri trenta complici, Martino doveva comunque rendere conto ai vertici storici della compagine, Salvatore Petrone e Francesco Puccinelli (figlio di Ciro Puccinelli, detto “Pocchi Pocchi”, detenuto dal 22 gennaio 1993 in regime di fine pena mai).
Lo stesso legame di parentela con la moglie di Ciro Puccinelli emerge chiaramente dai documenti investigativi e dai corpi degli affiliati: sul braccio destro di Martino spicca un eloquente tatuaggio con la scritta “Pocchi Pocchi king”.
La perquisizione eseguita dai Carabinieri il 14 giugno 2024 presso l’abitazione di Martino, aveva già fornito coordinate inequivocabili sulla disponibilità di liquidità del gruppo: all’interno di un mobile della cucina e nel comò della camera da letto vennero rinvenuti complessivamente 4.100 euro in contanti di vario taglio, mentre tecnici stavano installando un impianto di videocitofono.
Il bunker blindato e i “Masti” in azione
Il cuore pulsante dell’organizzazione si muove nel seminterrato di via Tertulliano 34. È qui che le intercettazioni ambientali e visive cristallizzano la divisione dei ruoli. Nelle immagini e nei dialoghi captati dagli inquirenti, la gerarchia appare limpida. Quando nel covo fanno il loro ingresso Raffaele Pezzuti (detto “o’ Milanese”) e Maurizio Attanasio (detto “Pascazziell”), le reazioni dei pusher di turno non lasciano spazio a interpretazioni.
Mentre il giovane Luigi Nocera (alias “Danger”) e Ciro Volonnino sorvegliano i monitor, l’arrivo dei due boss viene immediatamente annunciato:
”
Questi sono i capi… quali clienti… Sono i capi!”, esclama Nocera, usando l’inequivocabile termine partenopeo “I Masti”.
La scena che segue ha il sapore di un controllo padronale assoluto. Pezzuti e Attanasio si muovono liberamente nel locale, cambiano denaro, ispezionano la merce e commentano la qualità della cocaina adagiata sul tavolo:
P: “Maurizio… questa è quella… vieni a vedere bella faccia… guarda qua… non è come quella di prima”
A: “Questa è proprio un’altra cosa… no Raffaele…”
P: “È come il merluzzo” (intendendo che la sostanza è pura e a scaglie).
Una macchina da sedicimila euro al giorno
La portata economica di questa piazza di spaccio è impressionante. A svelare i volumi d’affari è direttamente uno degli indagati, Pasquale Pisa, intercettato mentre fa i conti della redditività giornaliera del fortino:
“Ho tolto quasi cinquanta grammi fratello… Arrivo alla media di tutta la giornata di duecentosessanta-settanta grammi al giorno… Ieri hai capito quanti soldi… centosettanta grammi…”
Con un prezzo di vendita fissato a 60 euro al grammo, il giro d’affari stimato si aggira intorno alla cifra vertiginosa di 16.200 euro al giorno. Una montagna di denaro che viene meticolosamente ridistribuita sotto forma di stipendi, paghe giornaliere per le vedette e compensi per i “pusher addetti al bilancino”. Nelle conversazioni captate, emergono chiaramente le lamentele e le conferme sui guadagni:
“Tra le tre e le quattrocento euro le hai incassate di parte tua o no più o meno? Ora devi pagare anche a questi qua però”
La risposta del responsabile conferma la spesa quotidiana: “Ho speso una cifra!! Sto pagando da stamattina, cinquanta a quello, trenta a quello”.
Turni massacranti e tensioni interne
Il sistema si regge su turni estenuanti e ferree regole di sicurezza. Lo stesso Luigi “Danger” Nocera, esausto dopo ore di sorveglianza e spaccio, giustifica i suoi brevi allontanamenti con i superiori descrivendo ritmi disumani:
“A me quando viene, a me è uscito solo una volta: ‘Raffaele vuoi sapere perché sono uscito fuori al fratello? Perché dopo tredici ore di lavoro al fratello, alle cinque stamattina non ce la facevo più, stavo incominciando a chiudersi gli occhi con la testa sopra al bilancino…'”
Non mancano tuttavia le tensioni e i contrasti interni per la gestione del potere e l’affidabilità dei sodali. In un passaggio chiave dell’inchiesta, vengono riportate le frasi di Paolo Chiaro riguardo al timore di ritorsioni e alla volontà di Antonio Martino di epurare chi dimostra scarsa affidabilità o fa uso personale eccessivo di stupefacenti:
“Tuo nipote non può stare con noi! Non è buono! Non è buono!”, tuona Martino ordinando l’allontanamento di chi rischia di compromettere la sicurezza della piazza.
Nonostante gli arresti e la pressione costante delle forze dell’ordine, la struttura criminale ha dimostrato una straordinaria capacità di resilienza e rinnovamento, confermando come il Rione Traiano resti una delle piazze criminali più pervasive e complesse dell’area metropolitana napoletana. E per anni ha sostituito quella di Scampia smantellata dagli arresti e dalla faida negli anni scorsi.



