Napoli – L’inchiesta sulla stesa del 25 luglio in via San Sebastiano compie il suo passo definitivo. A meno di due settimane dalle raffiche esplose tra i ragazzi della movida del centro storico, il Gip del Tribunale di Napoli ha convalidato la custodia cautelare in carcere nei confronti di un ventenne.
Il giovane è ritenuto gravemente indiziato dei reati di pubblica intimidazione con uso di armi e detenzione e porto abusivo di arma da sparo, con l’aggravante del metodo mafioso. Era lui, secondo gli inquirenti, in sella allo scooter da cui partirono i colpi che ferirono un ragazzo fermo con amici all’esterno dei locali della zona.
Il tassello mancante si incastra dopo che nei giorni scorsi si era consegnato in Questura il primo presunto responsabile, Giuseppe Muscariello, 19enne già destinatario di un’analoga misura cautelare. L’operazione, condotta dalla Squadra Mobile con il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA), chiude la morsa su un blitz che ha riproposto lo spettro della violenza minorile e giovanile tra i vicoli di Napoli.
L’analisi dei frame e il dettaglio del fucile
A incastrare i due giovanissimi sono stati i sistemi di videosorveglianza pubblica e privata dislocati lungo la via e nelle strade limitrofe. I conduttori delle indagini hanno analizzato ore di girato fino a individuare la targa e il modello dello scooter utilizzato dal commando.
Dalle pieghe dell’attività investigativa emerge però un retroscena ancora più inquietante: uno degli arrestati era stato immortalato dalle telecamere di sicurezza già una settimana prima della stesa. Nelle immagini, il giovane si aggirava con disinvoltura per la strada imbracciando un fucile da caccia, ostentando la disponibilità dell’arma in pieno giorno molto prima di premere il grilletto in via San Sebastiano.
La confessione del baby pistolero e il deposito di Salita Scudillo
Il profilo degli indagati e le modalità dell’azione riportano alla luce una dinamica consolidata e mai del tutto sradicata nel tessuto criminale della città. L’episodio evoca la prima, storica confessione rese da un baby pistolero del Rione Sanità, il quale svelò agli inquirenti la geografia invisibile dei depositi bellici a disposizione delle nuove leve.
Un sistema semplice quanto micidiale: le armi non vengono custodite in casa, ma occultate negli anfratti e nei vani scala degli stabili abbandonati della zona, in particolare nell’area di Salita Scudillo (Salita Capodimonte). Piccoli arsenali di quartiere, lasciati a disposizione di chiunque debba compiere una punizione, un’intimidazione o un’azione dimostrativa, per poi essere riposti subito dopo.
La stretta della DDA sul metodo mafioso
Il provvedimento emesso nell’ambito dell’udienza di convalida del fermo (eseguito lo scorso 4 agosto) conferma la linea dura della Procura partenopea. La contestazione dell’aggravante del metodo mafioso evidenzia come, al di là dell’età anagrafica degli esecutori, l’azione di via San Sebastiano non sia stata una semplice bravata finita male, ma una precisa manifestazione di controllo del territorio operata attraverso il terrore e l’uso indiscriminato della violenza da fuoco.









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