Poi arriveranno i qubit
E qui il futuro diventa ancora più interessante.
L’informatica classica utilizza bit che assumono valori 0 oppure 1.
L’informatica quantistica utilizza invece qubit, che grazie ai fenomeni della meccanica quantistica possono trovarsi in una sovrapposizione di stati prima della misurazione.
Non significa che un computer quantistico diventerà automaticamente più “umano”.
E nemmeno che sostituirà tutti i computer tradizionali.
Significa però che, per determinate categorie di problemi, potremmo disporre di capacità di calcolo e modelli enormemente più sofisticati.
Gli algoritmi potrebbero diventare più potenti.
Più precisi.
Capaci di considerare contemporaneamente quantità di variabili oggi difficilmente gestibili.
Forse riusciremo a ridurre quella distanza tra la rigidità della macchina e la complessità del mondo reale.
Ma rimarrà una domanda.
Essere capaci di calcolare meglio una persona significa davvero averla compresa?
Probabilmente no.
Perché l’essere umano possiede qualcosa che difficilmente entra in un dataset: il contesto.
Il ricordo.
L’irrazionalità.
Il dubbio.
La paura.
L’amore.
La nostalgia.
Il cambiamento.
La possibilità di svegliarsi una mattina e comportarsi esattamente al contrario di come tutti i dati raccolti fino al giorno precedente avrebbero previsto.
Ed è proprio questa imprevedibilità a renderci umani.
Il vero problema non è l’algoritmo
Forse allora abbiamo sbagliato domanda.
Continuiamo a chiederci se gli algoritmi siano buoni o cattivi.
Ma un algoritmo non è né buono né cattivo.
È uno strumento.
Il vero problema è quanto potere decidiamo di consegnargli.
Possiamo utilizzarlo per mostrarci un film.
Per suggerirci una strada.
Per individuare una malattia.
Per organizzare un palinsesto.
Per selezionare una notizia.
Persino per assistere decisioni militari.
Ma dovrebbe sempre esistere un punto oltre il quale la macchina si ferma e torna l’uomo.
Perché possiamo costruire algoritmi sempre migliori.
Possiamo aumentare enormemente la quantità di dati.
Possiamo arrivare ai computer quantistici.
Possiamo tentare di trasformare ogni comportamento umano in una variabile.
Ma ci sarà sempre qualcosa che sfugge al calcolo.
Ed è forse proprio quella parte che dovremmo difendere di più.
Perché il problema non è che l’algoritmo sia fatto male.
Il problema nasce quando dimentichiamo che è stato scritto per comprendere le macchine e i dati, mentre noi continuiamo ostinatamente — e fortunatamente — a essere esseri umani.



