Il caso Nino D’Angelo e la fotografia della confusione
Noi stessi siamo stati testimoni diretti di una gestione che definire superficiale è poco.
L’evento con Nino D’Angelo, che avrebbe dovuto rappresentare un momento importante per la città, si è trasformato invece in una fotografia impietosa del caos amministrativo.
Mentre molti erano impegnati a farsi belli con la presenza del grande artista, mentre in tanti guardavano solo il palco, le luci e i selfie, c’era chi osservava altro. C’era chi guardava il funzionamento della macchina comunale. E quello che si vedeva non era rassicurante.
Un Comune ostaggio della confusione. Un’organizzazione che faceva acqua da tutte le parti. Bodyguard a decidere chi potesse entrare e chi no. Organi di stampa trattati come ospiti sgraditi. Forze dell’ordine utilizzate, di fatto, come filtro all’ingresso per stabilire chi dovesse passare e chi restare fuori.
Sono scene che in un Comune normale, in una gestione trasparente, in una macchina pubblica consapevole del proprio ruolo, non dovrebbero mai verificarsi.
Perché un evento pubblico non è una festa privata. Una piazza non è proprietà di chi governa. E la stampa non può essere considerata un fastidio da contenere.
Né si può pensare di scegliersi, di volta in volta, solo le testate più amiche, quelle più comode, quelle meno impegnate, quelle meno “toste”, evitando chi fa domande, chi osserva, chi non fa sconti.
Nel giornalismo è normale scegliere cosa raccontare: c’è chi segue il costume, chi la società, chi gli eventi, chi la cronaca, chi la politica. Ma non è normale che un’amministrazione pubblica sembri scegliere chi può raccontare e chi no, chi può entrare e chi deve restare fuori, chi è gradito e chi invece dà fastidio.
E noi sconti non ne facciamo. Perché raccontiamo i fatti. Sempre. Anche quando non vorremmo farlo. Anche quando quello che vediamo ci fa schifo. Anche quando restiamo increduli e ci chiediamo: “Ma davvero sono capaci di queste cose?”.
E la cosa più grave è che tutto questo avviene con i soldi pubblici, con i soldi dei cittadini. Con i soldi nostri.
Noi ci meritiamo di meglio.
Dalle piccole cose si capiscono le grandi cose
Quella serata, più che un evento, sembrava una fotografia. La fotografia di una confusione amministrativa che portava a una semplice equazione: se non si è capaci di gestire in modo ordinato, trasparente e istituzionale un evento pubblico, se perfino una manifestazione viene trattata come una cosa privata, allora viene spontaneo chiedersi come possano essere state gestite le grandi opere, i grandi provvedimenti, le scelte più delicate per la città.
E la risposta, purtroppo, oggi appare quasi inevitabile: probabilmente male.
Male per approssimazione. Male per confusione. Male per quella cultura del potere che scambia il Comune per casa propria e la cosa pubblica per un recinto da controllare.
Un vecchio saggio diceva che dalle piccole cose si vedono le grandi cose. Ed è esattamente così.
Tutti sono capaci di intestarsi un evento riuscito. Tutti sono capaci di mettersi davanti a un palco, sorridere, stringere mani, mostrarsi accanto a un personaggio famoso.
Ma la vera capacità amministrativa si misura quando bisogna gestire l’ordine, le regole, gli accessi, la comunicazione, il rispetto dei ruoli, la tutela dei cittadini e la libertà di cronaca.
Se in un evento pubblico si crea il caos, se nessuno sa chi decide, se la gestione appare affidata più all’improvvisazione che a una regia istituzionale, allora il problema non è solo organizzativo.
È culturale. È politico. È amministrativo.




Mi pare che I segnali erono visibbili da molto tempo ma nessuno voleva vedèer. La gentè di Sarn0 resta sfiducita e i responsablità si devon accertà ; però ci vole piu trasparenzae controlli non solo passerelle,e foto. Speriamo 0ra che cambi sul ser0 senza favoritismi.
Gentile Redazione,
il vostro articolo sulla gestione quasi “privata” della commemorazione del 5 maggio coglie perfettamente nel segno, e ve lo dice chi quella giornata l’ha vissuta con profonda amarezza dall’interno della casa comunale.
Io sono una dipendente che nel 1998, ai Servizi Demografici, ha affrontato in prima persona l’emergenza della frana. Quel pomeriggio della commemorazione ero regolarmente in servizio. Sarebbe bastato scendere al secondo piano, ma non sono stata nemmeno chiamata o avvisata. Per rispetto del mio dovere non ho lasciato la mia postazione, ma leggere poi che erano stati invitati “tutti” i protagonisti di allora fa male.
Non avevo alcuna intenzione di assistere al conferimento della cittadinanza a Nino D’Angelo, ma se avessi saputo che tra gli ospiti c’era il Generale Tuzi sarei scesa immediatamente per abbracciarlo. Allora era un giovane Capitano con cui abbiamo lavorato fianco a fianco, una persona che ricordo con la divisa e le mani piene di fango.
Questa gestione escludente, proprio all’interno di un Comune che oggi vive una situazione delicatissima come lo scioglimento, dimostra quanto ci sia ancora da fare per ridare dignità alla memoria collettiva di Sarno. Grazie per aver scritto questo articolo.