ANATOMIA DI UN DELITTO ANNUNCIATO

«C’era il diavolo in quella casa»: l’omicidio di Jlenia Musella e le bugie smascherate del fratello violento

La ricostruzione degli investigatori: smontata la tesi del coltello lanciato durante la fuga: Jlenia è stata picchiata a sangue e poi colpita a morte alla schiena. Il retroscena inquietante raccontato dalla madre assente e quelle tracce ematiche che raccontano l'orrore domestico.
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La bugia del “lancio” e la verità scientifica

Davanti al GIP, la difesa ha provato a sostenere la tesi del “coltello lanciato”. Giuseppe, e in parte il confuso racconto del testimone suggeriscono che lui abbia tirato il coltello da una distanza di 3-4 metri mentre lei fuggiva, colpendola quasi per caso.

Ma l’ordinanza del giudice Aufieri smonta questa versione con la freddezza della fisica forense.

L’arma: Un coltello da cucina enorme, 35 centimetri totali con 22 centimetri di lama e manico nero.La ferita: Un unico fendente alla schiena, lato sinistro, profondo 5 centimetri.

L’impossibilità fisica: È inverosimile che un coltello di quelle dimensioni, lanciato da metri di distanza, possa penetrare con tale profondità e precisione chirurgica (margini netti).

La dinamica parla chiaro: è stato un colpo inferto con forza in un corpo a corpo, un’esecuzione mentre la ragazza non aveva via di scampo.

Il sangue non mente: sapone liquido e teli da bagno

Mentre Jlenia moriva dissanguata sull’asfalto – notata dalla vicina che le vedeva il sangue “uscire da dietro” – in casa rimanevano le tracce di ciò che era accaduto subito dopo o durante il parossismo della lite. La Polizia Scientifica ha trovato una scena che racconta un tentativo di ripulirsi o una colluttazione avvenuta anche in bagno.

Tracce di sangue sul dosatore del sapone liquido “Neutromed”. Sangue sulla rubinetteria del lavabo. Un ampio telo da bagno bianco intriso di sangue.

Una salviettina insanguinata sul tavolo del soggiorno. Persino il Pitbull aveva il dorso macchiato di sangue, muto testimone dell’orrore.

L’orrore dopo il delitto: Giuseppe si fuma una canna

Il dettaglio forse più agghiacciante emerge dal comportamento di Giuseppe dopo aver portato la sorella in ospedale (guidando la Fiat 600 prestata dalla vicina). Invece di restare al capezzale di Jlenia, Giuseppe torna a casa. Incontra l’amico. Non piange, non si dispera. “Pulisci il cane”, dice all’amico, “mentre io mi fumo una canna”.

Una freddezza glaciale. Si calma fumando marijuana mentre la sorella è appena deceduta per mano sua. Poco dopo, chiama un altro amico, facendosi venire a prendere in videochiamata Instagram. Si fa portare al Rione Luzzatti, restando in silenzio per tutto il viaggio, “particolarmente nervoso” ma muto.

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Commenti (1)

L’articolo è molto drammatico e racconta una storia veramente triste. È difficile comprendere come sia potuto succedere tutto questo. Le parole della madre sono inquietanti, ma ci sono sempre motivi che portano a queste violenze, anche se non giustificano mai le azioni.

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