SONO 12 GLI INDAGATI: TUTTI I NOMI

La guerra delle piazze di spaccio e l’omicidio Colalongo: scontro tra i clan Luongo‑Covone‑Aloia e Filippini

Un’esecuzione brutale, ripresa dalle telecamere, maturata nella faida con il gruppo dei Filippini. La DDA di Napoli ricostruisce mandanti, killer e la macchina criminale dietro l’agguato costato la vita a Ottavio Colalongo.
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Le immagini e gli errori: telecamere, moto e pistola

La scena dell’omicidio è ripresa da più telecamere di videosorveglianza private presenti nella zona. Le immagini consentono agli investigatori di ricostruire quasi in diretta la dinamica dell’agguato.

Non solo. I killer, nella fuga, abbandonano sul posto la moto utilizzata, l’arma del delitto, un marsupio e un telefono cellulare. Errori decisivi, che, uniti all’analisi delle celle telefoniche e a un’imponente attività di intercettazione telefonica, telematica e ambientale, permettono di stringere rapidamente il cerchio.

Un elemento chiave dell’indagine riguarda Ciro Guardasole, già sottoposto a intercettazioni in un altro procedimento: conversazioni e movimenti vengono letti dagli investigatori alla luce dell’omicidio, assumendo un significato preciso nel mosaico accusatorio.

Mandanti, killer e staffette: la catena di comando

Per la DDA, l’omicidio nasce da una decisione dei vertici del sodalizio. Nicola Luongo e Antonio Covone vengono indicati come mandanti. Gli esecutori materiali sono Antonio Aloia ed Eduardo Polverino.

Attorno a loro si muove una struttura organizzata: chi procura la moto, chi la custodisce, chi fornisce l’abbigliamento, chi accompagna e fa da staffetta, chi si occupa del recupero dei killer prima e dopo il delitto. Un’organizzazione “armata”, con disponibilità stabile di armi, capace di pianificare e portare a termine un omicidio in pieno centro abitato.

Il metodo mafioso e il messaggio al territorio

La DDA contesta l’aggravante del metodo mafioso: un delitto premeditato, compiuto con modalità plateali, finalizzato a evocare la forza intimidatrice del clan e a favorire il gruppo Luongo‑Covone‑Aloia nella guerra contro i Filippini.

L’omicidio Colalongo, secondo gli inquirenti, rappresenta un punto di svolta nella faida: un segnale chiaro a chiunque operi o intenda operare nelle piazze di spaccio dell’area vesuviana senza l’autorizzazione del clan dominante.

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L’omicidio di Colalongo mostra come la violenza nel vesuviano sia un problèma grave e duraturo. I clan continuano a combattere per il potere, ma nessuno sembra essere in grado di fermarli. Serve un intervento deciso.

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