Napoli – Il rappresentante della pubblica accusa ha tracciato il quadro probatorio davanti ai giudici di secondo grado, ribadendo la piena responsabilità dei due imputati per il concorso nel sequestro e nell’omicidio aggravato di Gelsomina Verde, la ventunenne trucidata e data alle fiamme il 21 novembre 2004. In aula erano presenti la madre della giovane, Anna Lucarelli, e il fratello Francesco, assistiti dai legali di parte civile Liana Nesta e Gianmario Siani per la Fondazione Polis.
La tensione durante il collegamento con i penitenziari
Il clima all’interno dell’aula giudiziaria si è fatto incandescente nel corso dell’udienza. Quando sullo schermo sono apparsi i volti di Luigi De Lucia e Pasquale Rinaldi, detto ‘o vickingo collegati in videoconferenza dalle carceri in cui sono detenuti, la madre della vittima non ha retto all’impatto emotivo.
La donna ha gridato verso i monitor il proprio sdegno e il dolore accumulato in oltre vent’anni di attesa processuale. Di fronte all’intensità dello sfogo, i familiari e il personale di servizio hanno dovuto prestare assistenza alla donna, accompagnandola all’esterno per consentire la ripresa del dibattimento.
Il primo grado e la svolta investigativa del luglio 2023
La richiesta del sostituto procuratore generale punta a blindare l’esito del giudizio di primo grado. Il 13 febbraio 2024 il gup Valentina Giovanniello, al termine del processo celebrato con il rito abbreviato, aveva inflitto trent’anni di reclusione a entrambi gli imputati, escludendo la pena dell’ergastolo in virtù della riduzione prevista dalla scelta del rito alternativo.
Quella sentenza ha rappresentato l’esito di una complessa e tenace riapertura del fascicolo investigativo da parte della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. A lungo rimasto privo di alcuni dei responsabili materiali, il caso ha registrato un punto di svolta il 27 luglio 2023, quando le forze dell’ordine hanno notificato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere a De Lucia e Rinaldi, individuati come componenti stabili del commando operativo.
La trappola mortale e l’alibi mancato nella faida di Scampia
Nel corso della requisitoria sono stati ricostruiti i passaggi dell’agguato, maturato nel culmine dello scontro tra i Di Lauro di Cupa dell’Arco e la fazione degli Scissionisti guidata dagli Amato-Pagano. Gelsomina Verde venne condannata a morte per una passata relazione sentimentale con Gennaro Notturno, detto “’o sarracino”, che aveva voltato le spalle al clan per poi diventare collaboratore di giustizia.
I vertici della cosca ritenevano che la ragazza conoscesse il nascondiglio del rivale. Quel 21 novembre 2004 la ventunenne fu avvicinata e intrappolata: un complice salì sulla sua auto dal lato passeggero per bloccarla, mentre De Lucia e Rinaldi la tallonavano a breve distanza a bordo di un’altra vettura per coprire l’azione armi in pugno.
Condotta in una zona isolata, Gelsomina fu percossa per estorcerle informazioni che non possedeva, prima di essere freddata con colpi di pistola alla testa da Ugo De Lucia, cugino di Luigi e già condannato in via definitiva all’ergastolo come autore materiale. Infine, nel tentativo di cancellare ogni reperto biologico, il commando diede fuoco all’utilitaria con il cadavere all’interno. Un disegno criminale sul quale la Procura generale ha ora chiesto di porre il definitivo sigillo della condanna.



