È una provocazione, naturalmente. Ma forse nemmeno troppo.
Perché parlare oggi di cooperazione internazionale significa entrare in un terreno molto più complesso di quanto possa sembrare. Il mondo è cambiato, sono cambiati gli equilibri tra gli Stati, sono cambiate le priorità politiche e, soprattutto, sembra essere cambiata la sensibilità con cui si guarda a chi continua a lavorare ogni giorno nelle aree più fragili del pianeta.
Dire che bisogna aiutare le popolazioni più povere è facile. Lo fanno tutti.
Lo si dice nei convegni, nei programmi politici, nelle campagne istituzionali. Si parla di solidarietà, sviluppo, inclusione, diritti, istruzione, lotta alla povertà.
Poi, però, servono i fatti.
Ed è proprio quando arrivano i fatti che molto spesso cominciano i problemi.
Quando un progetto funziona ma i fondi finiscono
Abbiamo saputo, ad esempio, di associazioni impegnate da anni in Africa che, dopo aver costruito progetti, creato relazioni con le comunità locali e ottenuto risultati concreti, si sono viste negare contributi necessari per continuare il proprio lavoro.
Ed è qui che nasce una domanda inevitabile: come può un progetto considerato utile per anni diventare improvvisamente meno meritevole di essere sostenuto?
Naturalmente ogni bando ha le proprie regole, ogni finanziamento ha criteri precisi e nessuna associazione può considerare automatico il rinnovo di un contributo pubblico.
Ma quando dietro una richiesta di sostegno ci sono anni di attività, persone aiutate, bambini accompagnati nel percorso scolastico, strutture realizzate o comunità sostenute, una riflessione diventa necessaria.
Perché interrompere un progetto di cooperazione non significa semplicemente togliere una voce da un bilancio.
Significa rischiare di interrompere percorsi umani costruiti nel tempo.
La politica delle priorità
Ed è proprio qui che la cooperazione internazionale rischia di diventare, in qualche modo, scomoda.
Scomoda perché richiede continuità.
Scomoda perché i risultati non arrivano sempre nel tempo di una legislatura.
Scomoda perché aiutare realmente un territorio significa rimanere presenti per anni, senza poter trasformare ogni intervento in uno slogan.
La cooperazione seria non vive di fotografie, cerimonie o dichiarazioni.
Vive di scuole che continuano a funzionare quando le telecamere se ne sono andate. Vive di bambini che vengono seguiti nel tempo, di famiglie sostenute, di operatori locali formati e di comunità che lentamente riescono a diventare autonome.
Ed è proprio questo il punto.
La cooperazione non può essere valutata esclusivamente seguendo le convenienze politiche del momento.
Esistono ancora figli e figliastri?
La sensazione, guardando certe scelte, è che anche nella solidarietà possano esistere figli e figliastri.
Ci sono progetti che riescono ad attirare attenzione, finanziamenti e visibilità e altri che, pur producendo risultati importanti, improvvisamente faticano a trovare sostegno.
Non necessariamente perché siano meno validi.
A volte semplicemente perché sono cambiate le priorità.
Ed è legittimo che uno Stato stabilisca le proprie priorità. Ma sarebbe altrettanto importante che queste scelte fossero accompagnate da trasparenza, valutazioni chiare e soprattutto dalla capacità di distinguere tra un progetto occasionale e una realtà che opera da molti anni sul territorio.
Perché dietro quelle associazioni non ci sono soltanto sigle.
Ci sono volontari, cooperanti, sacerdoti, insegnanti, medici, operatori e cittadini che spesso hanno dedicato una parte importante della propria vita a quei progetti.
Il “Terzo Mondo” non esiste più come lo immaginavamo
C’è poi un altro elemento che merita attenzione.
Per decenni abbiamo utilizzato l’espressione Terzo Mondo per indicare una parte del pianeta povera e dipendente dall’Occidente.
Oggi quella definizione racconta sempre meno la realtà.
L’Africa, ad esempio, è diventata uno dei grandi terreni di confronto geopolitico del nostro tempo. Cina, Russia, Stati Uniti, Europa, Turchia e Paesi del Golfo stanno aumentando la propria presenza economica, diplomatica e strategica nel continente.
Questo significa che anche la cooperazione internazionale non può più essere vista soltanto come beneficenza.
È anche costruzione di rapporti, fiducia e presenza internazionale.
Quando l’Europa arretra, qualcun altro inevitabilmente occupa quello spazio.
Aiutare significa soprattutto esserci
Per questo dovrebbe cambiare anche il modo in cui raccontiamo la cooperazione.
Non si tratta semplicemente di “dare soldi all’Africa”, come troppo spesso viene banalizzato il discorso.
La vera cooperazione significa costruire condizioni affinché una comunità possa crescere con le proprie forze.
Significa istruzione.
Significa formazione.
Significa sanità.
Significa accesso all’acqua.
Significa protezione dei bambini.
Significa creare opportunità economiche.
Ed è proprio la continuità a fare la differenza.
Un progetto che dura dieci anni può cambiare una generazione. Un progetto che dura dodici mesi può diventare soltanto una parentesi.
La cooperazione non può essere uno slogan
La provocazione iniziale, allora, rimane.
Quando la cooperazione internazionale diventa scomoda?
Forse quando smette di essere una bella parola da inserire nei programmi e comincia a chiedere impegni concreti.
Quando bisogna scegliere se finanziare ancora una scuola.
Quando bisogna decidere se continuare ad assistere bambini che altrimenti tornerebbero per strada.
Quando serve garantire continuità a chi lavora sul territorio da anni.
È proprio in quel momento che si misura la reale volontà politica.
Perché la solidarietà è facile quando costa poco.
La cooperazione, invece, richiede responsabilità.
E se davvero crediamo che aiutare le popolazioni più fragili sia un valore, allora non possiamo ricordarcene soltanto quando conviene raccontarlo.
Dobbiamo esserci anche quando diventa difficile.
E, soprattutto, quando diventa scomodo.



