
Non c’è solo il cemento o i rifiuti. L’inchiesta della Dda di Napoli confluita nelle 600 pagine dell’ordinanza cautelare del GIP Fabio Provvisier svela come il clan Zagaria abbia compiuto il salto di qualità definitivo nel narcotraffico. Al centro di questo network c’è ancora una volta Carlo Bianco, coadiuvato dal suo “organizzatore” di fiducia, Pasquale Padulo.
Il salto geografico è impressionante: i fornitori non sono più piccoli grossisti locali, ma la potente criminalità reggina. Giuseppe e Pasquale Albano, originari di Rosarno e Taurianova, sono indicati come i fornitori stabili della cocaina che arrivava a fiumi nel Casertano. Si parla di carichi da almeno due o tre chilogrammi al mese a partire dall’ottobre 2022.
La droga veniva poi smistata con precisione militare: Aldo Bianco e Antonio Gammardella gestivano la piazza di Vairano Patenora, mentre Biagio Ianuario e Rolando D’Angelo (lo stesso mastro casaro delle puntate precedenti) si occupavano di piazze non ancora identificate, ma redditizie. Persino la logistica era curata nei dettagli: Massimo Natale, collaboratore di Padulo, era l’uomo addetto allo stivaggio e alle consegne a Caivano.
Mentre la droga scorreva, il clan consolidava un altro monopolio: quello del gioco d’azzardo. Attraverso la “Seven Slot Srls”, formalmente gestita da prestanome come Massimo Blotto o Francesco Cervicato, ma di fatto nelle mani di Giacomo Penna e Biagio Vallefuoco, il clan imponeva le proprie slot machine in bar e sale giochi.
Il metodo? La “spendita del nome”. Agli esercenti recalcitranti non serviva mostrare pistole: bastava dire che nell’affare c’era l’interesse di “Carlo Bianco”. Tanto bastava per estromettere aziende concorrenti, come accaduto all’Havana Club di Casal di Principe o al bar S. Eufemia di Carinaro. Una concorrenza sleale, drogata dalla forza di intimidazione camorristica, che garantiva al clan un flusso di denaro costante e difficilmente tracciabile.
L’ordinanza documenta anche pericolose saldature tra clan diversi. È il caso dell’estorsione al caseificio “La Delizia” di Varcaturo. Qui entra in gioco Pietro Tortorelli, esponente del clan Mallardo di Giugliano.
La dinamica è brutale: il titolare, Alfonso Diana, è strozzato da un prestito usurario da 160.000 euro. Per recuperare i soldi, Tortorelli invia i suoi “esattori” – Umberto D’Aiello, Carmine Maisto e Luigi Sarracino – a piantonare l’esercizio per giorni. Non si limitano a minacciare: si impossessano dell’incasso giornaliero direttamente dalla cassa e arrivano a farsi consegnare le chiavi del caseificio, estromettendo di fatto il proprietario. È la dimostrazione che l’usura non serve solo a fare soldi, ma a espropriare fisicamente le imprese del territorio.
Infine, l’inchiesta torna nell’intimità criminale di Carmine Zagaria. Anche un boss della sua caratura, secondo le accuse, non disdegnava il “piccolo” cabotaggio dell’usura. Insieme a Carmine Iavarone, avrebbe prestato somme di denaro a Pasquale Carbone con tassi da usura pura: 1.200 euro di interessi su un capitale di 5.000 euro da restituire in soli 50 giorni. Soldi che servivano a rimpinguare la “cassa comune” detenuta da Alfonso Ottimo, l’uomo che – come abbiamo visto nelle scorse puntate – faceva da ponte tra il fango di Casapesenna e il lusso di Dubai.
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Articolo interesant e ma non cè solo cemento come dice, il discorso sul narcotraffico par effetivamente grave i fornitori sembra siano cambiati, ma la ricostruzione e scritta con frasi incasinate e tanti nomi mesclati che non risulta chiaro; si spera le autorita fassino qualcosa.