Napoli – Non ci sono solo le armi. Non c’è solo il controllo del territorio. Per capire come il clan Contini sia riuscito a restare per decenni al vertice dell’Alleanza di Secondigliano, bisogna guardare dove nessuno guarda: tra i fogliettini manoscritti, i “pizzini” della contabilità. L’inchiesta coordinata dalla Dda di Napoli e culminata nell’ordinanza firmata dal GIP Valentina Giovanniello, scoperchia un sistema di gestione finanziaria che farebbe invidia a una multinazionale del retail.
Non è un’approssimazione: è un sistema di precisione millimetrica. Gli arresti di lunedì non hanno solo colpito i quadri operativi, ma hanno smantellato il “back-office” del clan. I documenti sequestrati nelle abitazioni di figure chiave come Domenico Scutto e Gaetano Esposito raccontano una storia di entrate e uscite, di debiti e crediti, di “piazze” che devono rendere conto alla “Centrale”.
Il tesoro di ferro: otto milioni nel sottoscala
Se i pizzini sono il cervello del clan, il caveau scoperto a casa di Luca Esposito, genero del boss Patrizio Bosti, ne è il cuore pulsante. È il primo luglio 2024 quando i militari entrano in un appartamento che sembra come tanti. Ma dietro una parete perfettamente schermata da lastre di ferro, accessibile solo attraverso una piccola porta munita di braccio idraulico, si apre un antro degno di un caveau bancario.
Oltre due metri quadrati dove la ricchezza smette di essere un concetto astratto: quattro milioni di euro in contanti impilati con cura e un “tesoro” di gioielli e 48 orologi di alta gamma. Una prima stima parla di altri quattro milioni in preziosi. Totale: otto milioni di euro in liquidità e beni di lusso. È la riserva strategica, il fondo di sicurezza di una famiglia che gestisce i flussi monetari dei quartieri Poggioreale e del Borgo Sant’Antonio Abate.
Il codice dei pizzini: “Bianco”, “Verde” e la matematica della strada
Ma come si alimentano queste casseforti? La risposta è scritta in 66 fogliettini sequestrati già nel 2022 a Gaetano Esposito e in altri sette rinvenuti nel vano sottoscala di Domenico Scutto, detto “Mimmo”. Qui la droga perde il suo nome commerciale per diventare colore: il “Bianco” per la cocaina, il “Verde” per la marijuana.
Il sistema di annotazione è un algoritmo semplificato ma efficace. Ogni riga riporta tre cifre. Prendiamo il caso di Emanuele Catena, annotato nei registri come “Biondo” o “Biondomanu”. Accanto al suo nome si legge spesso la sequenza 150 / 55 / 8250. Gli inquirenti hanno decriptato il codice: 150 sono i grammi consegnati, 55 è il prezzo di cessione al grammo, 8250 è il totale in euro che il capo-piazza deve corrispondere al clan.
Il controllo è ossessivo. Quando il debito viene pagato, compare la dicitura “OK”. Se il pagamento è parziale, i ragionieri annotano “REST” (restante) seguito dal rateo mancante. È una contabilità viva, aggiornata quasi quotidianamente, che permette ai vertici di sapere, in ogni istante, chi sta onorando gli impegni e chi sta “sgarrando”.
Welfare nero: le “mesate” della fedeltà
L’inchiesta rivela un altro comparto fondamentale: la gestione delle “mesate”. In un’organizzazione criminale, la contabilità non serve solo a calcolare il profitto, ma a garantire la pace sociale interna. È il cosiddetto “Welfare del Clan”.
Dalle carte emerge un elenco di percettori di stipendi fissi. Ci sono i nomi dei soldati semplici, ma ci sono soprattutto i nomi “eclatanti”. Nei pizzini di Scutto compaiono “Ettore” e “Patrizio”. Per il GIP non ci sono dubbi: sono Ettore Bosti e il padre Patrizio Bosti, i vertici assoluti. Ricevere la “mesata” non è solo un fatto economico; è il segno dell’appartenenza, la garanzia che il clan si prende cura dei suoi uomini, specialmente quando sono detenuti.
Questo sistema di assistenza garantisce una stabilità che gli inquirenti definiscono “imponente”. È la colla che tiene insieme l’Alleanza: se finisci in cella, la tua famiglia riceve i soldi. Se la piazza rende, lo stipendio è garantito. È un contratto di lavoro a tempo indeterminato con il crimine.
La geografia del profitto: dal Connolo al Borgo
La contabilità sequestrata permette anche di mappare il potere territoriale. Due nomi ricorrono con insistenza: “CONOLO” e “BORGO”. Si tratta del Rione Connolo (Poggioreale) e del Borgo Sant’Antonio Abate (il “Buvero”).
In queste zone, le cifre si alzano. Si parla di partite di marijuana da 8.000 o 9.000 euro, movimentate con la regolarità di un carico di generi alimentari. I “capo-piazza” identificati sono figure note alle forze dell’ordine, come Luigi Perrotta (detto “Vermiciello”) e suo figlio Giovanni, o Andrea Equatore, il cui arresto per il possesso di ingenti quantitativi di droga ha fornito il riscontro oggettivo a quanto scritto nei pizzini.
Altra figura centrale è Rosario De Angelis, alias “Pipistrello” (PIPI nei foglietti). Il suo nome è associato a debiti da migliaia di euro e a sequestri record, come quello di oltre 50 chili di cocaina. La sua presenza nei registri contabili conferma che il clan non gestisce solo piccoli traffici, ma è un attore primario nel narcotraffico internazionale.
Un’azienda che non chiude mai
L’analisi di questo materiale documentario spazza via l’immagine di una camorra disorganizzata. Quella dei Contini è una struttura capace di gestire contemporaneamente il traffico di stupefacenti, il recupero crediti e il sostentamento di centinaia di famiglie.
Ogni “OK” scritto a penna su un foglio di carta di recupero rappresenta un pezzo di economia legale sottratto alla città. Ogni “rateo” incassato contribuisce a riempire quei caveau blindati dietro pareti di ferro. L’inchiesta della DDA ha acceso una luce su questi uffici invisibili, dimostrando che per battere il clan non basta arrestare chi spara: bisogna fermare chi tiene la penna in mano e fa quadrare i conti del malaffare.
(ne3lla foto uno dei pizzini sequestrati e in alto da sinistra Domenico Scutto , Rosario De Angelis ed Emanuele Catena; in basso il boss Patrizio Bosti e il figlio Ettore)





