
Scisciano– Un’esecuzione spietata, ripresa fotogramma dopo fotogramma dalle telecamere di sorveglianza, che si trasforma in un grottesco saggio di imperizia criminale. La morte di Ottavio Colalongo, avvenuta il 17 dicembre 2025 a Scisciano, non è solo l’ennesimo capitolo della guerra tra i clan per il controllo delle piazze di spaccio; è il racconto di un agguato dove il sangue si mescola al panico di chi, dopo aver ucciso, inciampa nell’asfalto e scappa a piedi terrorizzato dal lampeggiante di un’ambulanza.
All’alba di oggi, i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per tre persone, ritenute mandanti ed esecutori del delitto. Un’indagine lampo, coordinata dalla DDA di Napoli, che ha messo a sistema video, tracciati GPS e intercettazioni ambientali dai toni quasi surreali.
Sono le 18:59 del 17 dicembre quando Ottavio Colalongo, a bordo del suo Honda SH 300 bianco, percorre via Garibaldi. Si ferma, fa inversione, accosta. Non sa di avere alle spalle un’ombra: una motocicletta Honda Transalp con targa polacca. A bordo ci sono Eduardo Polverino alla guida e Antonio Aloia, alias “’O Cines”, come passeggero.
Le immagini delle telecamere di un bar e di una villetta privata descrivono una sequenza da brividi. Aloia scende dalla moto e corre verso la vittima. Colalongo capisce, molla lo scooter, tenta una fuga disperata a piedi. Il killer spara mentre corre. Entrambi inciampano, cadono rovinosamente sull’asfalto. È un momento di caos: ad Aloia si rompe la tracolla del borsello, Colalongo prova a difendersi a mani nude mentre è già ferito.
Ma non c’è scampo. Il killer si rialza, colpisce la vittima più volte con il calcio della pistola, poi l’esecuzione finale: cinque colpi sparati a bruciapelo alla testa mentre Colalongo strisciava a terra. Prima di risalire in moto, Aloia esplode ancora altri colpi sul corpo esanime.
L’efficienza militare del clan crolla nella fase della fuga. Mentre i due cercano di dileguarsi sulla Transalp, incrociano un’ambulanza in transito. Il panico prende il sopravvento: scambiano i lampeggianti del mezzo di soccorso per quelli delle forze dell’ordine. Nella fretta di ripartire, perdono l’equilibrio e cadono di nuovo con la moto.
Decidono di abbandonare tutto sul posto: la motocicletta e, soprattutto, quel borsello marca “Coveri” che Aloia aveva perso durante la colluttazione. All’interno, i Carabinieri troveranno un tesoro investigativo: la pistola Beretta Cougar ancora calda, mazzi di chiavi e tre telefoni cellulari. Su uno di questi, la Scientifica esalterà un’impronta digitale: è quella di Antonio Aloia. Il killer ha lasciato la sua “firma” sulla scena del crimine.
Mentre i killer scappano a piedi, la “staffetta” composta da Ciro Guardasole e Luca Covone è in preda all’agitazione. I due, a bordo di una Peugeot 208 (poi sostituita da una Twingo), monitorano l’area. Grazie a un trojan installato nel telefono di Guardasole, gli inquirenti ascoltano tutto in diretta.
C’è un passaggio quasi grottesco subito dopo il delitto, quando i due si incontrano con un tale “Vitaliano” per riconsegnare l’auto usata per la staffetta. Invece di discutere dell’omicidio, nasce una lite per pochi spiccioli di benzina e delle birre Tennet’s:
Guardasole: «Ti ha dato 80 euro lo zio e ci mancano 10 euro… ti trovi?»
Vitaliano: «10 euro li ho spesi io, mi sono fatto un paio di Tennet’s o’ frat, ma che vuoi…»
Guardasole: «Vitalia’… mi sto pisciando sotto…»
L’ansia di Guardasole non è per la vittima, ma per le telecamere. «Tu dici che sulla rotonda di Saviano non ci stanno le telecamere?», chiede ossessivamente al complice. Il piano prevedeva di recuperare i killer e bruciare la moto, ma l’imprevisto dell’ambulanza ha mandato tutto all’aria.
L’inchiesta ha svelato la logistica del clan Luongo-Covone-Aloia. Il GPS della Peugeot 208 ha confermato la posizione della “staffetta” davanti al “Griffin Pub” di San Vitaliano negli istanti cruciali del recupero fallito. Eduardo Polverino, inoltre, è stato tradito dai suoi stessi abiti: un’ora prima dell’omicidio si era presentato in caserma per l’obbligo di firma indossando gli stessi indumenti con cui è stato poi ripreso dalle telecamere durante la fuga post-agguato.
L’omicidio di Ottavio Colalongo, secondo la DDA, era necessario per “ripulire” il territorio dai rivali del gruppo dei Filippini e imporre il monopolio dello spaccio. Un obiettivo raggiunto con una ferocia inaudita, ma tradito da un’impronta su un display e dalla paura di un’ambulanza.
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La storia di Ottavio Colalongo è molto tragica e fa riflettere sulle conseguenze della violenza tra clan. È incredibile come i colpevoli siano inciampati durante la fuga, dimostrando che anche in situazioni cosi gravi, si possono commettere errori.