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Cronaca Giudiziaria

Camorra, il boss neo pentito Pesce: “Lo faccio per la mia famiglia, basta ucciderci tra di noi”

Redazione Cronache della Campania

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E’ trascorso esattamente un mese da quando il boss di Pianura, Pasquale Pesce ‘e bianchina ha deciso di passare dall’altra parte della barricata e cominciare la sua collaborazione con lo Stato. Risale infatti al 2 luglio il primo verbale in cui Pesce parla con i magistrati della Dda di Napoli e spiega: “Ho chiesto di avere un colloquio con l’autorità giudiziaria perché in futuro voglio avere una vita normale.Voglio migliorare anche la vita dei miei familiari. Non è importante stabilire se ho iniziato per scelta o perché costretto, ma comunque sono entrato nel clan. Ho iniziato con i Lago e oggi mi ritrovo contro la mia stessa famiglia. Non è possibile continuare a ucciderci tra noi della stessa famiglia”. I Pesce infatti sono cugini di primo grado con i ribelli Giuseppe e Salvatore Mele “e figlie e Giulietta” che da alcuni anni si sono staccati dalla famiglia e hanno intrapreso una sanguionosa faida. Ma prima di lui c’è stato il cugino Luigi di 46 anni detto “Gigino o Milanese”,  a pentirsi. Fu lui a spiegare in un vecchio verbale l’organigramma di quello che inizialmente era il clan Marfella: “Dall’aprile 1999 faccio parte del clan Marfella di Pianura. Sono stato tra gli ultimi della mia famiglia ad entrare nel clan. Già nel 1997-1998 erano entrati nel clan i miei cugini Mele Salvatore e Mele Giuseppe, mio cugino Pesce Pasquale detto “Ciocchiello’. Nel 1999 entrò nel clan mio cugino Pasquale Pesce detto “di Bianchina’: Mio zio Russolillo Giovanni , cognato di Marfella Giuseppe, era stato il primo ad entrare nel clan, già diversi anni fa. Mele Luigi, padre di Salvatore e Giuseppe, entrò nel clan quando usci dal carcere, se ben ricordo nel 1999. I miei cugini Pesce Eugenio e Pesce Carmine sono entrati nel clan dopo di me, all’incirca nel 2000 …. omissis … E’ dal 1999 che Marfella Giuseppe, il quale è mio zio (egli è il marito di Giuseppina Pesce, sorella di mio padre Carmine}, ha formato un suo gruppo a Pianura per combattere la famiglia Lago, che da decenni comandava a Pianura. In precedenza mio zio Marfella Giuseppe si era stabilito a Ponticelli, dove aveva un legame con Teresa De Luca, madre di Antonio de Luca Bossa. Mio zio si era trasferito a Ponticelli agli inizi degli anni ’90 quando era stato ucciso Salvatore Varriale, con il quale egli commerciava cocaina all’ingrosso. A quell’epoca (cioè alla fine degli anni ’80 inizi anni ’90) Mele Luigi detto “Giulietta” acquistava cocaina da loro e gestiva lo spaccio rivendendo a sua volta agli spacciatori del rione Traiano”. Luigi Mele aveva anche spiegato agli investigatori che una prima scissione tra i Mele e i Pesce c’era stata nel 2004 con l’omicidio di Carmine Mele fratello dell’attuale pentito. Poi uscito dal carcere nel 2013 Giuseppe mele aveva intrapreso una nuova faida coagulando attorno a se tutti gli scontenti del clan Pesce-Marfella. Non a caso proprio nel marzo del 2013 il neo pentito Pasquale Pesce e bianchina sfuggì miracolosamente a un agguato rifugiandosi all’interno di un’officina meccanica e riportando una ferita d’arma da fuoco a un piede. Ma più recentemente nel corso dell’ultima faida più volte Salvatore Romano detto muollo muoll, reggente del clan Mele, avrebbe cercato di uccidere, senza riuscirci Pasquale Pesce. Ora il boss che voleva lanciarsi in politica alle ultime regionali sostenendo un candidato di Forza Italia, come si evince dall’ordinanza del marzo scorso firmata dal gip Tommaso Parrella, è pronto come dice per evitare altri spargimenti di sangue familiari, a fare luce su una dozzina di omicidi e di vittime di lupara bianca come il cadavere fatto trovare l’altra mattina in via Pianura-Marano. Nell’ordinanza gli viene contestata l’organizzazione e la partecipazione all’omicidio di Luigi Aversano detto Luigi ‘o musichiere.

Invece chi aveva spiegato agli investigatori l’organigramma  familiare e gli intrecci tra le famiglie con i matrimoni era stato il pentito Raffaele Bavaro ( quello che fece luce sul duplice omicidio dei due ragazzi innocenti Luigi Sequino e Paolo Castaldi, collaboratore poi morto alcuni anni fa) che in suo verbale raccontava: “Mele Luigi è sposato con Pesce Patrizia, sorella di Bianchina, Gennaro e Carmine. Quindi, i fratelli Mele Giuseppe e Mele Salvatore sono cugini di Pesce Luigi, Pesce Pasquale di Bianchina, Pesce Pasquale “Ciocchiello”, Pesce Carmine e Pesce Eugenio. Quest’ultimo è figlio di Pesce Gennaro. Pertanto, sono fratelli tra loro sia Pesce Eugenio e Pesce Pasquale detto “Ciocchiello “, sia Pesce Pasquale “di Bianchina” e Pesce Carmine … (omissis) … Preciso che i Mele e i Pesce sono imparentati con la famiglia Marfella in quanto Marfella Giuseppe è spostato con Pesce Giuseppina, sorella di Bianchina, Patrizia, Gennaro e Carmine. Anche Russolillo Giovanni è un loro parente, poiché ha sposato Pesce Rosaria, sorella di Bianchina e degli altri appena nominati. Pesce Luigi ha diretto le attività del clan fino al momento del suo arresto . Poi gli sono subentrati Pesce Pasquale “di Bianchina” e Perna Carmine, detto Piglione”. Quest’ultimo è il personaggio più anziano del gruppo e perciò è stato sempre molto ascoltato. Quando Pesce Luigi era libero si faceva consigliare dal Perna. La situazione, come ho già riferito nello scorso interrogatorio, è mutata con l’omicidio di Pesce Carmine. Questo fatto delittuoso ha segnato una rottura tra il gruppo dei Mele ed il gruppo dei Pesce. Non sono molto al corrente di queste ultime vicende del clan poiché ero detenuto. In un colloquio al carcere Russolillo Giovanni mi ha detto che l’origine dei contrasti sarebbe nel fatto che Mele Giuseppe è stato accusato di avere sottratto denaro alla cassa del clan”.

Antonio Esposito

@riproduzione riservata

(nella foto da sinistra il boss pentito Pasquale Pesce “e bianchina”, il cugino Pasquale Pesce “chiocchiello” e un altro cugino, Eugenio Pesce “mocella”; sotto i fratelli Giuseppe e Salvatore Mele detti e figli e’ Giulietta, cugini dei Pesce)

 

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Cronaca Giudiziaria

Camorra, processo al clan Contini: chiesti 7 secoli di carcere

Redazione Cronache della Campania

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Piu’ che un clan e’ una holding del crimine che per anni ha gestito gli affari criminali non solo nei quartieri a ridosso dell’aeroporto di Napoli, ma anche in quelli limitrofi, grazie ad una fitta rete di alleanze.
E’ il clan Contini e per alcuni suoi esponenti i pm della Dda di Napoli hanno chiesto oltre sette secoli di carcere, distribuiti su novanta imputati accusati non solo di associazione a delinquere di stampo camorristico, ma anche di riciclaggio. L’inchiesta da cui prende vita il processo ha infatti portato a scoprire tutti i canali che il clan usava per poter reinvestire, ripulendoli, i milioni di euro provenienti dai traffici di droga.
I maggiori investimenti erano stati fatti a Roma e a Viareggio. Le richieste di condanna oscillano dai 30 anni per Ciro Di Carluccio, esponente di punta della cosca , ai 24 anni per Rita Aieta, moglie del boss Eduardo Contini detto ‘il romano’, per la sua spiccata capacita’ di fare affari nella capitale.
Tra gli imputati anche Ettore Bosti detto ‘il rosso’, figlio del capoclan Patrizio, che rischia una condanna a 24 anni di reclusione. Stessa pena chiesta anche per Antonio Righi, uno dei presunti “colletti bianchi” del clan. Il giudice della prima sezione penale del Tribunale di Napoli ha stabilito che ci saranno almeno dieci udienze destinate alla discussione degli avvocati difensori. La sentenza dovrebbe essere pronunciata entro fine anno.

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Cronaca Giudiziaria

Camorra, la Procura: ”Antonio Lo Russo non è stato scarcerato”

Redazione Cronache della Campania

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“Sono destituite di ogni fondamento le notizie, diffuse da organi di informazione, secondo le quali Antonio Lo Russo, già capo dell’omonimo clan camorristico e attualmente collaboratore di giustizia, sarebbe stato scarcerato”. E’ quanto si legge in una nota della Procura di Napoli.
“Antonio Lo Russo si trova ristretto in istituto penitenziario in esecuzione di condanna definitiva alla pena di 18 anni di reclusione – si legge – , nonchè di ordinanza di custodia cautelare per il delitto di organizzazione di associazione criminosa di tipo mafioso”.

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Cronaca Giudiziaria

Carabinieri infedeli al servizio del boss: tutti a processo

Redazione Cronache della Campania

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Sono stati tutti rinviati a giudizio i carabinieri “infedeli” in servizio alla compagna di Torre Annunziata accusati di aver favorito il boss di Boscoreale, Franco Casillo ‘a Vurzella.
Il pm Raffaello Falcone della Dda  di Napoli ha ottenuto il rinvio  giudizio dell’ex comandante Pasquale Sario, oggi tenente colonnello, del carabiniere Sandro Acunzo,(detto Mazinga) e già condannato poche settimane fa per la detenzione illegale di un proiettile durante la perquisizione che ha preceduto un anno fa il suo arresto, nonché l’altro carabinieri Gaetano Desiderio, all’epoca dei fatti tutti in servizio a Torre Annunziata, insieme ad Orazio Bafumi (anche lui accusato di narcotraffico, braccio detsro del boss Casillo), Luigi Izzo e Aniello Casillo, fratello del boss Franco “’a vurzella”.
I 6 saranno alla sbarra il prossimo mese di dicembre, quando è fissata la prima udienza. Secondo l’Antimafia i  carabinieri infedeli avrebbero favorito il traffico di droga al Piano Napoli di Boscoreale, in cambio di regali e soffiate, smistando addirittura carichi di stupefacenti nelle mani del boss o effettuando arresti “pilotati” contro i suoi rivali.
Hanno scelto di essere processati con rito abbreviato, sperando dunque in uno sconto di pena, il boss Franco Casillo, il suo avvocato Giovanni De Caprio, e gli altri carabinieri (alcuni dei quali in pensione) Francesco Vecchio, Antonio Formicola, Antonio Santaniello, Franco De Lisio, Catello Di Maio, Antonio Paragallo e Santo Scuderi.
Tutti accusati di aver favorito, il super boss del Piano Napoli di via Passanti Scafati, che gestiva la “Scampia del Vesuviano” con lo spaccio di droga H24 e introiti milionari.

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