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Cronaca Giudiziaria

Camorra a Pianura: è l’altro boss Salvatore Romano il secondo pentito. Identificato il cadavere

Redazione Cronache della Campania

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Ha un nome e un cognome (per il momento) il cadavere fatto trovare dal nuovo pentito di camorra di Pianura e non dal boss Pasquale Pesce ‘e bianchina, come trapelato in un primo momento. C’erano anche i vestiti sui resti del corpo trovati nel terreno agricolo in via Pianura.Marano  e nella tasca dei pantaloni aveva un documento d’identità intestato, come scrive Il Roma, a Giuseppe Celentano, napoletano del 1973, sul quale la squadra mobile di Napoli sta compiendo accertamenti. Ci vorranno alcuni giorni  dopo che sarà effettuato l’esame del Dna sui familiari per avere la certezza della sua identificazione. Nel frattempo resta il dubbio sulle generalità mentre è arrivata la conferma del secondo pentito come anticipato ieri da Cronachedellacampania. Si tratta dell’ultimo reggente del clan Mele, i cugini nemici dei Pesce. Ovvero quel Salvatore Romano detto “Muoll muoll”, scampato per ben tre volte alla morte nel corso degli ultimi due anni e che andava in giro per Pianura con l’intento di uccidere Pasquale Pesce ‘e bianchina. Le avvisaglie del pentimento di di Romano si erano avute già al momento del suo arresto il 15 febbraio scorso quando fu arrestato dai carabinieri insieme con Pasquale Ercole, Antonio Vanacore e Marco Battipaglia. I quattro furono sorpresi su autovetture di provenienza illecita, e quindi accusati di ricettazione, e del possesso di un fucile semiautomatico con matricola cancellata. Il blitz avvenne in un appezzamento di terreno in contrada Spadari tra Pianura e Quarto, dove fu sequestrato due giorni dopo l’arsenale del gruppo composto da altri due fucili, ma canne mozze, un fucile mitragliatore da guerra “Zastava” calibro 7,62, una pistola “Sauer” calibro 9, numerose munizioni e un caricatore.

Al momento dell’arresto si chiamò in disparte i carabinieri che lo avevano “beccato” e raccontò loro: “C’è solo quest’arma qui, non troverete altro .Io e gli altri tre che avete fermato ci stiamo riorganizzando per formare un nuovo gruppo autonomo, ma voi ci avete preso prima, complimenti. Apparteniamo tutti al clan Mele di Pianura e stasera dovevamo fare un agguato ad an appartenente del clan Marfella. C’è una guerra in corso ed io sono stato sparato più volte e so che ogni mattina, quando mi metto le scarpe ed esco di casa, so che due sotto le possibilità: o mi prendete voi o vengo ammazzato da loro. A causa di questa guerra in atto non vado a dormire più a casa, infatti dormo in diversi alberghi. Ora che mi avete preso dovrò far andare via tutta la mia famiglia perché appena sapranno che sono stato arrestato e che stavo per colpirli, loro colpiranno per primi ed io non potrò reagire anche perché avete preso pure i miei compagni. Le macchine ci servivano per stasera ed eravamo venuti a riprenderle. La responsabilità di tutto però voglio prendermela io… non è più come una volta che i guaglioni si buttavano avanti per proteggere i mast… perché se uno di questi va dentro dopo un po’ si canta tutto… le macchine che dovevamo riprendere le abbiamo comprate stanotte alle tre da certe persone di Pianura che avevamo incaricato noi chiedendo di rapinare macchine vecchie per non dare sospetti al momento dell’agguato e per evitare che avessero il gps”. Romano precisò ai carabinieri che le ulteriori armi e le relative munizioni da utilizzare per commettere l’omicidio dovevano essere prelevate in un altro luogo”.

L’obiettivo dell’agguato doveva essere Alfredo Foglia che già era sfuggito a un agguato nel marzo scorso mentre si trovava insieme con il padre Vincenzo all’esterno di un circolo ricreativo in via Duca D’Aosta. In sede di convalida Romano poi cercò di ritrattare quelle dichiarazioni, i suoi difensori cercarono di renderle inutilizzabili ma il Riesame  invece sostenne che quelle dichiarazioni sono utilizzabili perché rese spontaneamente e non in sede di interrogatorio. Ora è arrivata l’ufficialità del suo pentitmento.

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Cronaca Giudiziaria

Camorra, processo al clan Contini: chiesti 7 secoli di carcere

Redazione Cronache della Campania

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Piu’ che un clan e’ una holding del crimine che per anni ha gestito gli affari criminali non solo nei quartieri a ridosso dell’aeroporto di Napoli, ma anche in quelli limitrofi, grazie ad una fitta rete di alleanze.
E’ il clan Contini e per alcuni suoi esponenti i pm della Dda di Napoli hanno chiesto oltre sette secoli di carcere, distribuiti su novanta imputati accusati non solo di associazione a delinquere di stampo camorristico, ma anche di riciclaggio. L’inchiesta da cui prende vita il processo ha infatti portato a scoprire tutti i canali che il clan usava per poter reinvestire, ripulendoli, i milioni di euro provenienti dai traffici di droga.
I maggiori investimenti erano stati fatti a Roma e a Viareggio. Le richieste di condanna oscillano dai 30 anni per Ciro Di Carluccio, esponente di punta della cosca , ai 24 anni per Rita Aieta, moglie del boss Eduardo Contini detto ‘il romano’, per la sua spiccata capacita’ di fare affari nella capitale.
Tra gli imputati anche Ettore Bosti detto ‘il rosso’, figlio del capoclan Patrizio, che rischia una condanna a 24 anni di reclusione. Stessa pena chiesta anche per Antonio Righi, uno dei presunti “colletti bianchi” del clan. Il giudice della prima sezione penale del Tribunale di Napoli ha stabilito che ci saranno almeno dieci udienze destinate alla discussione degli avvocati difensori. La sentenza dovrebbe essere pronunciata entro fine anno.

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Cronaca Giudiziaria

Camorra, la Procura: ”Antonio Lo Russo non è stato scarcerato”

Redazione Cronache della Campania

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“Sono destituite di ogni fondamento le notizie, diffuse da organi di informazione, secondo le quali Antonio Lo Russo, già capo dell’omonimo clan camorristico e attualmente collaboratore di giustizia, sarebbe stato scarcerato”. E’ quanto si legge in una nota della Procura di Napoli.
“Antonio Lo Russo si trova ristretto in istituto penitenziario in esecuzione di condanna definitiva alla pena di 18 anni di reclusione – si legge – , nonchè di ordinanza di custodia cautelare per il delitto di organizzazione di associazione criminosa di tipo mafioso”.

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Cronaca Giudiziaria

Carabinieri infedeli al servizio del boss: tutti a processo

Redazione Cronache della Campania

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Sono stati tutti rinviati a giudizio i carabinieri “infedeli” in servizio alla compagna di Torre Annunziata accusati di aver favorito il boss di Boscoreale, Franco Casillo ‘a Vurzella.
Il pm Raffaello Falcone della Dda  di Napoli ha ottenuto il rinvio  giudizio dell’ex comandante Pasquale Sario, oggi tenente colonnello, del carabiniere Sandro Acunzo,(detto Mazinga) e già condannato poche settimane fa per la detenzione illegale di un proiettile durante la perquisizione che ha preceduto un anno fa il suo arresto, nonché l’altro carabinieri Gaetano Desiderio, all’epoca dei fatti tutti in servizio a Torre Annunziata, insieme ad Orazio Bafumi (anche lui accusato di narcotraffico, braccio detsro del boss Casillo), Luigi Izzo e Aniello Casillo, fratello del boss Franco “’a vurzella”.
I 6 saranno alla sbarra il prossimo mese di dicembre, quando è fissata la prima udienza. Secondo l’Antimafia i  carabinieri infedeli avrebbero favorito il traffico di droga al Piano Napoli di Boscoreale, in cambio di regali e soffiate, smistando addirittura carichi di stupefacenti nelle mani del boss o effettuando arresti “pilotati” contro i suoi rivali.
Hanno scelto di essere processati con rito abbreviato, sperando dunque in uno sconto di pena, il boss Franco Casillo, il suo avvocato Giovanni De Caprio, e gli altri carabinieri (alcuni dei quali in pensione) Francesco Vecchio, Antonio Formicola, Antonio Santaniello, Franco De Lisio, Catello Di Maio, Antonio Paragallo e Santo Scuderi.
Tutti accusati di aver favorito, il super boss del Piano Napoli di via Passanti Scafati, che gestiva la “Scampia del Vesuviano” con lo spaccio di droga H24 e introiti milionari.

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