Torre Annunziata. “Il mio autista mi riferì che Vecchio era uno che ‘mangiava’ e il maggiore Pasquale Sario disse che era un ‘camorrista”: a riferirlo ai pm della Dda è il Colonnello Andrea Paris, nel 2011, nel pieno dell’inchiesta sui carabinieri infedeli presenti nel Gruppo Territoriale di Torre Annunziata all’epoca del suo arrivo per guidare il presidio torrese. Il Luogotenente Francesco Vecchio, uno dei protagonisti dell’inchiesta che ha portato all’emissione dell’ordinanza di custodia cautelare di novembre scorso nei confronti di camorristi e servitori infedeli dello Stato, è uno dei più ‘chiaccherati’ in quella caserma, insieme a Sandro Acunzo. Vecchio è anche protagonista di uno degli episodi più inquietanti dell’inchiesta nella quale il sostituto procuratore Raffaele Falcone e l’aggiunto Filippo Beatrice hanno chiesto l’arresto o la sospensione per dieci carabinieri, alcuni già fuori dall’arma.

L’episodio è quello che riguarda la cattura del latitante Vincenzo Pisacane, alias ‘bombolone’, esponente del clan Gionta di Torre Annunziata. Il pregiudicato, arrestato nel ristorante napoletano ‘Il caminetto’ l’8 giugno del 2005.

Ad arrestare ‘bombolone’ furono proprio Vecchio e il maresciallo Gaetano Desiderio. E quello che, quel giorno, sembrò un’importante operazione che riaffermava la presenza dello Stato è diventato poi l’ennesimo episodio di corruzione per carabinieri infedeli. Ventimila euro e un televisore di marca: il prezzo della corruzione. Gli inquirenti lo scopriranno solo sei anni dopo: nel 2011.

Era nel primo pomeriggio dell’8 giugno 2005, quando i due militari della compagnia di Torre Annunziata, Vecchio e Desiderio, si presentarono nel ristorante sorprendendo Pisacane a tavola con i suoi avvocati Elio D’Aquino e Massimo La Franco, mentre visionavano un fascicolo processuale. Accanto in un altro tavolo c’erano altri commensali, la moglie di Pisacane, ma anche Francesco Casillo ‘a vurzella, all’epoca sottoposto alla misura della libertà vigilata, e la moglie.

Pisacane fu portato via dal ristorante, accompagnato fuori e poi in caserma a Torre Annunziata. Doveva scontare dieci anni di reclusione. I suoi amici rimasero nel ristorante. La presenza di Francuccio ‘a vurzella, soggetto noto ai carabinieri in servizio a Torre, non fu mai segnalata. Non finì mai nelle ‘carte’ per l’arresto di ‘bombolone’. Nel pomeriggio, la notizia dell’arresto diventò di dominio pubblico. Il nome di Casillo non apparve mai in nessun verbale, invece l’arresto determinò un terremoto politico. L’avvocato D’Aquino, diventato una settimana prima assessore al Comune di Torre Annunziata, travolto dal clamore mediatico fu costretto a dimettersi per essersi trovato in quel ristorante insieme al collega per svolgere il suo mandato di avvocato. “Trovammo seduti ad un tavolo Vincenzo Pisacane, la moglie, il figlio con la moglie e un’altra persona che mi fu presentata come Casillo Francesco – racconterà alcuni anni dopo lo stesso avvocato D’Aquino interrogato dalla Dda insieme al collega -. Lafranco, io Pisacane e forse la moglie, non ricordo bene, ci accomodammo in un tavolo libero vicino a quello occupato dai commensali. Cominciai ad esporre a Pisacane il motivo della mia presenza e della mia scelta professionale (D’Aquino voleva lasciare il mandato per motivi di opportunità, ndr), quando dopo poco, sentii Pisacane pronunciare la frase: ‘complimenti, mi avete trovato’. D’istinto mi voltai e riconobbi il maresciallo Vecchio e un altro militare”. Quello che accadde, poche ore dopo l’avvocato D’Aquino se lo è spiegato solo molti anni dopo. “Segnalai al Vecchio che la mia presenza lì era dovuta a motivi professionali, sollecitandolo anche ad evitare di indicare nell’eventuale comunicato stampa relativo a quell’arresto, la mia presenza preoccupandomi dell’eventuale clamore mediatico in considerazione della mia carica di vice sindaco di Torre Annunziata. L’altro militare mi rassicurò in modo sbrigativo di non preoccuparmi” racconterà poi D’Aquino. Ma non fu così. La presenza del boss di Boscoreale, Francesco Casillo, non comparve mai nelle carte dell’arresto, quella di D’Aquino finì sui giornali.

“Mi recai dal sindaco Monaco per informarlo dell’accaduto, mentre lo aspettavo fui raggiunto da una prima telefonata di una giornalista la quale mi chiese chiarimenti sulle voci che correvano già sull’episodio. A quel punto capii che la notizia era stata già diffusa e che la parte mediaticamente più interessante della stessa era rappresentata dalla mia presenza, quale vice sindaco di Torre Annunziata, nel posto in cui era stato arrestato un esponente della criminalità organizzata.”

Il racconto dell’avvocato Lafranco a proposito di quel giorno è identica. A ‘Il caminetto’ c’era anche Franco Casillo con la moglie Concetta Imma Cirillo. “Circostanza mai segnalata dai due carabinieri e che avrebbe garantito l’impunità a Casillo, sottoposto alla libertà vigilata” scrive il Gip nellordinanza che ha portato all’arresto di Casillo, a novembre scorso, insieme a Sandro Acunzo (ex carabiniere, ai domiciliari) e impugnata dai pm davanti al Riesame che hanno chiesto l’arresto, tra gli altri, anche per Vecchio e Desiderio. Quell’impunità costò a Casillo 20mila euro in contanti ed un televisore. “Fuori dal locale – racconterà lo stesso Casillo nella fase del suo finto pentimento – sul marciapiede opposto a dove era ammanettato il Pisacane ad una sedia, presi in disparte il maresciallo Vecchio e gli dissi che non volevo essere denunciato e che ero disposto a fargli arrivare 20mila euro, quella sera stessa. Vecchio mi disse che al mio posto avrebbe denunciato mio fratello Aniello e quella sera doveva andare in caserma per prendersi la denuncia al mio posto. La sera stessa, tramite Angelo Di Luggo, feci pervenire al maresciallo Vecchio una prima tranche di 10mila euro in contanti. Il giorno successivo feci recapitare, sempre tramite Di Luggo, i restanti 10mila”.

E quindi, il nome del boss – sottoposto alla libertà vigilata – seduto al tavolo con il latitante non uscì mai fuori. Neanche nei mesi successivi. Quello dell’avvocato di Pisacane, invece, in poche pre arrivò alla ribalta delle cronache. L’avvocato-politico decise di dimettersi e l’attenzione a proposito di quell’arresto importante si spostò tutto su quello. Ma anche questo si capirà anni dopo, quando Casillo decise di raccontare all’antimafia, nel corso di un pentimento pilotato per garantirsi l’impunità e scappare all’estero, alcuni fatti della sua vita criminale. Ma non il solo.

Rosaria Federico

(nella foto il boss Vincenzo Pisacane “Bombolone”)